8 09, 2020

Le politiche europee per la città: reti, mobilità e prospettive nella nuova programmazione Ue

Di |2020-09-08T07:45:22+00:00Settembre 8th, 2020|Analisi e interventi|

Paper a cura di “Erasmo
Documento coordinato da Elisa Filippi (Esperta in programmi europei di interesse urbano)

 

Con il 74% dei suoi abitanti che vive in un’area urbana, l’Europa è ben al di sopra del tasso di urbanizzazione globale, corrispondente al 54%[1]. L’urbanizzazione europea mantiene tuttavia alcune peculiarità che derivano dalla storia secolare delle sue città. Qui, diversamente da altri continenti, non è la megalopoli a essere protagonista dello scenario urbano, ma è una varietà di articolazioni insediative in cui sono maggiormente diffusi i centri di medie dimensioni, che si alternano ad aree metropolitane e regioni urbane. Come evidenziato da Eurostat, “Europe is generally characterised by a high number of relatively small cities and towns that are distributed in a polycentric fashion; this reflects, to some degree, its historical past which has led to a fragmented pattern of around 50 countries being spread over the continent. By contrast, in some parts of Asia and North America, a relatively high proportion of the urban population is concentrated in a small number of very large cities”[2].

A livello europeo le città con meno di 250.000 abitanti accolgono circa il 28% di popolazione urbana[3]. Quello europeo è quindi un tessuto urbano diffuso, diverso dallo scenario proprio di altri continenti in cui sono le megacittà a dominare la scena urbana. Questo dato può aver facilitato l’emersione di reti di città, che in Europa più che altrove sembrano aver assunto un ruolo di primo piano nei processi di governance. Come recentemente evidenziato in un articolo dedicato alle reti di città, “urban organizations and networks (…) have multiplied over the years and have become a means for cities to cooperate at the EU level”[4].

L’Europa delle città e dei territori è alla base di suggestioni che nel corso del tempo hanno delineato un’idea di un processo di integrazione basato sull’Europa dei Comuni in grado di “prospettare nuovi orizzonti programmatici e di ruoli arricchendo i sistemi decisionali attraverso forme di federalismo municipale solidale”[5] (Magnaghi, 2006). L’attivismo delle città nell’arena politica europea, evidente nell’azione di decine di reti e organizzazioni (Eurocities, CEMR, Energy Cities, Eurotowns, Eurometrex, solo per citarne alcune) ha negli anni consentito alla questione urbana di emergere in un’arena politica che fin dagli anni ’80 aveva visto le istituzioni regionali in posizione privilegiata rispetto a quelle locali (Sebastiani, 2007)[6]. Il lungo lavoro di governance, rappresentanza e pressione svolto dalle città e dalle loro organizzazioni sembra tuttavia aver portato nel corso degli ultimi cinque anni a un protagonismo inedito della questione urbana nell’arena delle politiche europee. L’esito principale di questo protagonismo è individuabile nell’approvazione nel maggio 2016 del cosiddetto “Patto di Amsterdam”. Il documento “Urban Agenda for the EU” è stato promosso dalla presidenza olandese del Consiglio dell’Unione Europea, ed è stato sottoscritto da rappresentanti di tutti i paesi membri dell’Unione. L’Agenda urbana europea si basa su 12 obiettivi tematici che spaziano dal cambiamento climatico, al contrasto alla povertà, alla transizione digitale. Su ciascun tema nell’Agenda si propone un’azione volta a migliorare regole, conoscenze e finanziamenti.

A partire dall’approvazione dell’Agenda Urbana Europea sono state attivate 14 partnership tematiche composte da governi nazionali, autorità locali, reti urbane e stakeholders. Ciascuna partnership ha lavorato a un Action Plan contenente proposte di policy per una politica urbana europea. È quindi oggi a disposizione dei decisori un patrimonio di analisi e proposte frutto di un confronto ampio, che se adeguatamente valorizzato può contribuire a realizzare un’Europa delle Città forse in grado di offrire nuovo slancio a un processo di integrazione oggi messo in discussione da spinte contrastanti. 

I programmi e le reti urbane

I temi dell’Agenda Urbana Europea hanno costituito gli elementi di riferimento per la creazione dei progetti finanziati dal programma Urban Innovative Actions, che ha promosso interventi di innovazione urbana in 18 paesi con 86 progetti approvati, realizzati a livello locale attraverso la collaborazione tra amministrazioni comunali e attori del territorio.
Dalla transizione digitale al contrasto alla povertà urbana passando per l’economia circolare, l’occupazione e numerosi altri, i temi dell’Agenda Urbana Europea sono stati tradotti in pratica grazie ad azioni che hanno prodotto impatti tangibili sui territori, sia in termini di rigenerazione urbana che di attivazione di meccanismi virtuosi di governance resi scalabili e replicabili attraverso il confronto costante tra le città attuatrici degli interventi e altre realtà urbane in Europa. Fino al quinto e ultimo bando del programma Urban Innovative Actions (i cui progetti entreranno in fase di implementazione da settembre 2020) sono undici le città italiane coinvolte (Torino e Milano rispettivamente con due progetti, Bergamo, Bologna, Prato, Ravenna, Latina, Portici, Pozzuoli, Verona e Ferrara) con progetti che hanno favorito lo sviluppo di approcci innovativi, come la cura condivisa dei beni comuni per il rilancio delle periferie o l’utilizzo delle risorse naturali per la creazione di nuove competenze e occupazione sui territori (solo per citare i casi di Torino e Pozzuoli).

L’Italia si è confermata nell’ultimo settennato il Paese maggiormente rappresentato anche all’interno del programma URBACT III, il principale strumento di cooperazione transnazionale per lo sviluppo urbano sostenibile disponibile in Europa che ha coinvolto oltre quaranta realtà italiane rappresentanti tutti i diversi livelli di urbanità del nostro Paese. Dai comuni di piccole o piccolissime dimensioni collocati in aree interne, come Capizzi (Messina) e Falerna (Reggio Calabria), fino alle grandi città come Roma, Milano, Napoli, a città metropolitane come Torino e Bologna, o alle numerose città medie e Unioni di Comuni: la diversità delle tipologie di azione e delle tematiche coperte dai municipi italiani nelle reti finanziate dal programma URBACT mette in luce quanto la dimensione di rete attivata su scala europea abbia prodotto un contributo innovativo tangibile in termini di visioni, pratiche e soluzioni per il miglioramento della governance delle principali sfide urbane.

I progetti approvati nell’ambito dell’ultimo bando per la creazione di Action Planning Network, (reti transnazionali finalizzate al design di Piani d’azione locale, co-disegnati in collaborazione con gli attori del territorio riuniti nei cosiddetti URBACT Local Group), che coinvolgono venti Comuni italiani,  evidenziano alcuni dei temi che saranno al centro delle politiche urbane del futuro, come l’impatto sostenibile del turismo sui territori, il ruolo della responsabilità sociale di impresa per il rilancio delle nostre città, i Social Impact Bond e l’Internet of Things, l’utilizzo degli strumenti digitali per la partecipazione civica e il marketing urbano, la rigenerazione di strade e piazze delle nostre città per migliorare l’efficienza dei trasporti e il senso di sicurezza percepita. Questi esempi sottolineano ancora una volta quanto la condivisione di modalità di governo del territorio con altre realtà europee possa contribuire a rendere le nostre città dei laboratori di innovazione diffusa, nei quali mettere in pratica approcci innovativi in collaborazione costante con le comunità locali. 

La politica per le città nel nuovo bilancio UE

Il dibattito sul Quadro finanziario pluriennale (QFP) dell’UE per il periodo 2021 – 2027 ha registrato un primo accordo tra gli Stati Membri al Consiglio Europeo del 21 luglio 2020, nonostante la prima proposta adottata dalla Commissione Europea risalga a maggio 2018. 

Next Generation EU

L’epidemia da Covid-19 ha infatti comprensibilmente portato a rivedere ancora una volta le prospettive di programmazione, sia rispetto alle priorità che alla ripartizione delle risorse, in particolare dopo che è entrata sulla scena la proposta della Commissione per il nuovo Next Generation EU di 750 miliardi di euro che vede al suo interno Recovery and Resilience Facility che mobilita complessivamente circa 672 miliardi di euro tra sussidi (312,5 mld euro) e prestiti (360 mld euro)[7]. L’analisi dei meccanismi di funzionamento dello strumento non è oggetto del presente elaborato, tuttavia appare pertinente osservare come il Recovery and Resilience Facility possa rappresentare un’opportunità importante anche per l’implementazione di progetti urbani dell’elevato impatto economico, sociale ed ambientale. Se è vero che la pandemia da Covid-19 è intervenuta mettendo in crisi modelli economici e di interazione sociale fortemente dipendenti dalla dimensione urbana, è proprio dalle città che un nuovo modello di sviluppo e di resilienza potrà partire, come alcune esperienze pilota, in Italia ed in Europa, sembrano già suggerire.

Appare dunque auspicabile che nell’ambito dei Piani Nazionali per la Ripresa e la Resilienza, che i governi nazionali dovranno presentare per accedere ai fondi, la dimensione urbana degli interventi sia identificata come prioritaria, così come le città in quanto attori ed attuatori dei progetti.

Il nuovo QFP

Rispetto al Quadro Finanziario Pluriennale, l’accordo raggiunto dal Consiglio appare in ribasso rispetto alla proposta originaria della Commissione e a quella del Parlamento Europeo, prevedendo un importo complessivo di 1,074.3 miliardi di euro, cifra che potrebbe essere ora oggetto di ulteriore negoziazione.

Per quanto riguarda le città, tuttavia, si osserva una tendenza lineare e piuttosto condivisa tra le Istituzioni nella direzione di un rafforzamento della dimensione urbana della politica di coesione, individuata come una delle aree di azione nelle quali il contributo europeo ha rivelato un impatto di maggiore efficacia.

Nel perseguire questo obiettivo, l’azione proposta dalla Commissione Europea si articola in due principali aree di intervento: l’innalzamento al 6% della quota di FESR destinato allo sviluppo urbano sostenibile[8] e l’istituzione di una nuova iniziativa, definita: “European Urban Initiative” con un’allocazione di circa 500 milioni di euro, finalizzata a: “favorire e sostenere lo sviluppo di capacità degli attori, le azioni innovative, le conoscenze, l’elaborazione di strategie e la comunicazione nel settore dello sviluppo urbano sostenibile.[9]

La “European Urban Initiative – EUI” infatti viene istituita dall’art. 10 della proposta di Regolamento del FESR COM. (372), al di fuori della Cooperazione Territoriale Europea – CTE, inquanto per essa viene previsto un modello di implementazione gestito (direttamente o indirettamente) della Commissione Europea. L’EUI è strutturata in tre linee di azione: a) supporto al capacity-building (che riprende esplicitamente l’esperienza del programma URBACT); b) supporto alle azioni innovative (con la prosecuzione del programma Urban Innovative Actions); c) supporto alla conoscenza, sviluppo di policy e comunicazione.

Superare la frammentazione e dare rappresentanza alle città

La proposta della Commissione nasce dal riconoscimento dell’esistenza di due principali debolezze nell’attuale sistema: la frammentazione del contesto e l’assenza delle città nel processo di governance. Ad oggi infatti le quattro iniziative “urbane” esistenti sono gestite ciascuna in una modalità diversa. In particolare: il programma URBACT gestito nell’ambito della Cooperazione Territoriale Europea, il programma UIA e l’Urban Development Network gestiti dalla Commissione Europea senza la presenza degli Stati Membri nel processo decisionale interno, e infine l’Agenda Urbana Europea gestita operativamente dalla Commissione Europea, ma con la supervisione degli Stati Membri. L’altro aspetto, che la proposta della Commissione si pone l’obiettivo di migliorare, è la rappresentanza delle città stesse all’interno del processo decisionale dei programmi URBACT ed UIA. Uno dei paradossi di questi programmi è proprio la singolare l’assenza delle città e/o la previsione di consultazioni in forma obbligatoria con le autorità locali stesse.

La struttura di governance proposta per la nuova “European Urban Initiative” prevede il coinvolgimento delle città o di associazioni di rappresentanza delle città nell’organo dell’“EUI Steering Group” che ha la finalità di fornire l’orientamento strategico del programma. La governance complessiva dell’iniziativa di fatto vede un accentramento di poteri nella Commissione Europea, in particolare in riferimento alla formulazione del programma e alla selezione dei progetti.

In termini pratici è fondamentale ricordare che la proposta della Commissione Europea non prevede la creazione di nuovi programmi o strumenti, ma l’introduzione di una cornice unica per quelli già esistenti. Non si assiste dunque ad un significativo aumento di budget se si considera che già i programmi UIA e URBACT insieme beneficiano nella programmazione 2014 – 2020 di circa 468 milioni di euro e che ad essi, la proposta della Commissione prevede l’aggiungersi di una terza linea di azione riferita all’Agenda Urbana Europea.

Come anticipato la Commissione Europea ha previsto una seconda, e più importante, linea di azione per sostenere la dimensione urbana della politica di coesione. Si tratta dell’introduzione tra gli obiettivi strategici della politica di coesione dell’obiettivo strategico 5 (OS5) ove per la prima volta le “Strategie di sviluppo territoriale” vengono riconosciute in maniera autonoma e con un approccio integrato e multisettoriale. Nell’OS5 troviamo infatti il sostegno per l’attuazione delle strategie sia in aree non urbane, con una riserva del 5% delle risorse totali del FESR, sia in aree urbane, con la già citata riserva del 6% delle risorse del FESR. In questo secondo caso, i tre principali strumenti previsti per darvi attuazione sono: l’istituzione di un piano operativo nazionale (ad esempio il PON Metro), la previsione di una linea dedicata all’asse sviluppo urbano nell’ambito dei Piani Operativi Regionali (P.O.R.) o ancora l’attivazione degli Investimenti territoriali integrati (ITI) e delle azioni di Sviluppo locale di tipo partecipativo (CLLD), strumenti già utilizzati nell’attuale programmazione 2014 – 2020.

In questo scenario, si inserisce l’iniziativa React-EU (Recovery Assistance for Cohesion and the Territories of Europe[10]), il pacchetto di 55 miliardi di euro che saranno resi disponibili da Next Generation EU e che saranno veicolati attraverso la politica di coesione già dal 2020 fino al 2022 attraverso una revisione del quadro finanziario. È importante sottolineare che non si tratta di una riallocazione di risorse, ma di finanziamenti aggiuntivi, “fresh money”, che andranno ad integrare i programmi esistenti, attraverso un tasso di co-finanziamento europeo che coprirà fino al 100% delle spese eleggibili. Secondo le stime, considerando che i fondi saranno ripartiti tenendo conto della gravità dell’impatto economico e sociale esercitato dalla crisi sugli Stati Membri, l’Italia potrebbe risultare il Paese maggiormente beneficiario. 

Gli scenari futuri

L’emergenza Covid-19 ha ridefinito il quadro di priorità di intervento delle nostre città in un 2020 nel quale si attendeva una svolta decisiva ai negoziati sulla nuova politica di coesione, citata in precedenza, e la finalizzazione del lavoro di aggiornamento della Carta di Lipsia che la Presidenza di turno tedesca del Consiglio europeo si appresta a svolgere nel secondo semestre dell’anno, recependo input provenienti da organizzazioni e programmi urbani, autorità nazionali, regionali e urbane che hanno partecipato negli ultimi anni al percorso di definizione del nuovo documento di policy generale sui temi delle città.

L’attenzione dedicata negli ultimi mesi a interventi di rigenerazione urbana temporanea, ad esempio per rendere maggiormente fruibili gli spazi pubblici, e ad azioni di sostegno al commercio di prossimità e alle imprese culturali e creative fa emergere una nuova sensibilità dei diversi livelli di governo rispetto alla necessità di azioni in grado di intervenire su alcuni aspetti specifici del vivere urbano. Come suggerito dall’accademico Carlos Moreno, sembra farsi largo per le città la necessità di ripensare le politiche di pianificazione, passando dalla pianificazione della città alla pianificazione della vita urbana, attorno alle dinamiche di spazio e di tempo[11]. E’ questo l’approccio che sta alla base, per esempio, dell’idea di “15 minutes City”, già rilanciata dalla Sindaca di Parigi Anne Hildago, ovvero l’idea che ogni cittadino possa avere accesso in un breve perimetro a sei funzioni fondamentali per vivere.[12]

A partire da questo cambio di paradigma, è possibile immaginare che tra gli orientamenti delle città nell’utilizzo dei fondi e degli strumenti urbani europei, uno spazio sempre maggiore sarà riservato a misure sperimentali e ad azioni-pilota che riqualificano spazi, attraverso forme di urbanismo tattico e percorsi di partecipazione attiva dei cittadini, o che rendono più fruibile il verde pubblico, riducendo il divario tra dimensione urbana e rurale.

Uno scenario nel quale, grandi interventi infrastrutturali potranno essere ripensati ed integrati con l’attivazione di esperienze di innovazione, dal forte impatto sociale, sperimentate in forma pilota su scala locale e/o distrettuale.

In conclusione, se il quadro finanziario europeo sembra complessivamente riservare attenzione e risorse per attivare progetti urbani innovativi, le aree urbane sono oggi chiamate ad un’azione programmatoria straordinaria, che combini creatività e solida capacità esecutiva. In particolare, in un momento in cui la dimensione relazionale dell’innovazione sembra assumere sempre maggiore importanza, il ruolo delle reti di città potrà fornire un contributo significativo nel veicolare quel trasferimento di conoscenza, di pratiche e di soluzioni a livello europeo e transnazionale, rivelatosi tanto efficace nel generare idee e soluzioni concrete.

In questo contesto, coniugare le risorse rese disponibili dalle Istituzioni (europee, nazionali e regionali) con un nuovo rapporto con imprese e fondazioni in un’ottica di responsabilità sociale condivisa rappresenta un’ulteriore priorità ancora più forte che in passato, con l’obiettivo di massimizzare l’efficienza e l’efficacia nell’utilizzo dei fondi.

Siamo di fronte ad un’occasione doppia per l’Europa e per le nostre città: se ad obiettivi ambiziosi, seguiranno idee e progetti concreti, sarà possibile misurare nelle nostre città l’impatto dell’azione di un’Europa capace di migliorare concretamente la vita quotidiana dei suoi cittadini.

 

comunicazione@erasmofondazione.eu

(Si ringraziano per la collaborazione Massimo Allulli e Simone d’Antonio)

 

 

[1] https://www.un.org/development/desa/publications/2018-revision-of-world-urbanization-prospects.html#:~:text=The%20urban%20population%20of%20the,to%204.2%20billion%20in%202018.

[2] https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Urban_Europe_-_statistics_on_cities,_towns_and_suburbs_-_executive_summary

[3] https://www.eurotowns.org/wp-content/uploads/2019/02/Eurotowns_Position_paper_on_Cohesion_Policy.pdf

[4] Mocca, E. (2017). City networks for sustainability in Europe: An urban-level analysis. Journal of Urban Affairs, 39(5), 691-710.

[5] Magnaghi A. (2006), Dalla partecipazione all’autogoverno della comunità locale: verso il federalismo municipale solidale, Democrazia e Diritto n.3/2006

[6] Sebastiani C. (2007), La Politica delle Città, il Mulino, Bologna

[7] EUCO 10/20, A15

[8] Proposta di REGOLAMENTO DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO relativo al Fondo europeo di sviluppo regionale e al Fondo di coesione, (2018) 372 Art. 9

[9] Proposta di REGOLAMENTO DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO relativo al Fondo europeo di sviluppo regionale e al Fondo di coesione, (2018) 372 Art. 10

[10] REACT-EU Q&A European Commission, https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/qanda_20_948

[11] The 15 minutes-city: for a new chrono-urbanism! – Pr Carlos Moreno

[12] In particolare, secondo C. Moreno: “This means transforming the urban space, which is still highly mono-functional, (..), into polycentric city, based on four major components: proximity, diversity, density and ubiquity, in order to offer this quality of life within short distances, across the six essential urban social functions: living, working, supplying, caring, learning and enjoying.”- The 15 minutes-city: for a new chrono-urbanism! – Pr Carlos Moreno

19 08, 2020

L’intervento di Draghi: “Dare ai giovani gli strumenti per affrontrare il futuro”

Di |2020-08-19T10:17:12+00:00Agosto 19th, 2020|Analisi e interventi|

Di seguito l’intervento integrale di Mario Draghi, già presidente della Banca centrale europea, al meeting di Rimini.

Incertezza e responsabilità

12 anni fa la crisi finanziaria provocò la più grande distruzione economica mai vista in periodo di pace. Abbiamo poi avuto in Europa una seconda recessione e un’ulteriore perdita di posti di lavoro. Si sono succedute la crisi dell’euro e la pesante minaccia della depressione e della deflazione. Superammo tutto ciò.

Quando la fiducia tornava a consolidarsi e con essa la ripresa economica, siamo stati colpiti ancor più duramente dall’esplosione della pandemia: essa minaccia non solo l’economia, ma anche il tessuto della nostra società, così come l’abbiamo finora conosciuta; diffonde incertezza, penalizza l’occupazione, paralizza i consumi e gli investimenti.

In questo susseguirsi di crisi i sussidi che vengono ovunque distribuiti sono una prima forma di vicinanza della società a coloro che sono più colpiti, specialmente a coloro che hanno tante volte provato a reagire. I sussidi servono a sopravvivere, a ripartire. Ai giovani bisogna però dare di più: i sussidi finiranno e resterà la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare la loro libertà di scelta e il loro reddito futuri.

La società nel suo complesso non può accettare un mondo senza speranza; ma deve, raccolte tutte le proprie energie, e ritrovato un comune sentire, cercare la strada della ricostruzione.

Nelle attuali circostanze il pragmatismo è necessario. Non sappiamo quando sarà scoperto un vaccino, né tantomeno come sarà la realtà allora. Le opinioni sono divise: alcuni ritengono che tutto tornerà come prima, altri vedono l’inizio di un profondo cambiamento. Probabilmente la realtà starà nel mezzo: in alcuni settori i cambiamenti non saranno sostanziali; in altri le tecnologie esistenti potranno essere rapidamente adattate. Altri ancora si espanderanno e cresceranno adattandosi alla nuova domanda e ai nuovi comportamenti imposti dalla pandemia. Ma per altri, un ritorno agli stessi livelli operativi che avevano nel periodo prima della pandemia, è improbabile.

Dobbiamo accettare l’inevitabilità del cambiamento con realismo e, almeno finché non sarà trovato un rimedio, dobbiamo adattare i nostri comportamenti e le nostre politiche. Ma non dobbiamo rinnegare i nostri principi. Dalla politica economica ci si aspetta che non aggiunga incertezza a quella provocata dalla pandemia e dal cambiamento. Altrimenti finiremo per essere controllati dall’incertezza invece di esser noi a controllarla. Perderemmo la strada.

Vengono in mente le parole della ‘preghiera per la serenità’ di Reinhold Niebuhr che chiede al Signore:

Dammi la serenità per accettare le cose che non posso cambiare,

Il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare,

E la saggezza di capire la differenza

Non voglio fare oggi una  lezione di politica economica ma  darvi un messaggio più di natura etica per affrontare insieme le sfide che ci pone la ricostruzione e insieme affermare i valori e gli obiettivi su cui vogliamo ricostruire le nostre società, le nostre economie in Italia e in Europa.

Nel secondo trimestre del 2020 l’economia si è contratta a un tasso paragonabile a quello registrato dai maggiori Paesi durante la seconda guerra mondiale. La nostra libertà di circolazione, la nostra stessa interazione umana fisica e psicologica sono state sacrificate, interi settori delle nostre economie sono stati chiusi o messi in condizione di non operare. L’aumento drammatico nel numero delle persone private del lavoro che, secondo le prime stime, sarà difficile riassorbire velocemente, la chiusura delle scuole e di altri luoghi di apprendimento hanno interrotto percorsi professionali ed educativi, hanno approfondito le diseguaglianze.

Alla distruzione del capitale fisico che caratterizzò l’evento bellico molti accostano oggi il timore di una distruzione del capitale umano di proporzioni senza precedenti dagli anni del conflitto mondiale.

I governi sono intervenuti con misure straordinarie a sostegno dell’occupazione e del reddito. Il pagamento delle imposte è stato sospeso o differito. Il settore bancario è stato mobilizzato affinché continuasse a fornire il credito a imprese e famiglie. Il deficit e il debito pubblico sono cresciuti a livelli mai visti prima in tempo di pace.

Aldilà delle singole agende nazionali, la direzione della risposta è stata corretta. Molte delle regole che avevano disciplinato le nostre economie fino all’inizio della pandemia sono state sospese per far spazio a un pragmatismo che meglio rispondesse alle mutate condizioni.

Una citazione attribuita a John Maynard Keynes, l’economista più influente del XX secolo ci ricorda “When facts change, I change my mind. What do you do sir?’’

Tutte le risorse disponibili sono state mobilizzate per proteggere i lavoratori e le imprese che costituiscono il tessuto delle nostre economie. Si è evitato che la recessione si trasformasse in una prolungata depressione.

Ma l’emergenza e i provvedimenti da essa giustificati non dureranno per sempre. Ora è il momento della saggezza nella scelta del futuro che vogliamo costruire.

Il fatto che occorra flessibilità e pragmatismo nel governare oggi non può farci dimenticare l’importanza dei principi che ci hanno sin qui accompagnato. Il subitaneo abbandono di ogni schema di riferimento sia nazionale, sia internazionale è fonte di disorientamento. L’erosione di alcuni principi considerati fino ad allora fondamentali, era già iniziata con la grande crisi finanziaria; la giurisdizione del WTO, e con essa l’impianto del multilateralismo che aveva disciplinato le relazioni internazionali fin dalla fine della seconda guerra mondiale venivano messi in discussione dagli stessi Paesi che li avevano disegnati, gli Stati Uniti, o che ne avevano maggiormente beneficiato, la Cina; mai dall’Europa, che attraverso il proprio ordinamento di protezione sociale aveva attenuato alcune delle conseguenze più severe e più ingiuste della globalizzazione; l’impossibilità di giungere a un accordo mondiale sul clima, con le conseguenze che ciò ha sul riscaldamento globale; e in Europa, alle voci critiche della stessa costruzione europea, si accompagnava un crescente scetticismo, soprattutto dopo la crisi del debito sovrano e dell’euro, nei confronti di alcune regole, ritenute essenziali per il suo funzionamento, concernenti: il patto di stabilità, la disciplina del mercato unico, della concorrenza e degli aiuti di stato; regole successivamente sospese o attenuate, a seguito dell’emergenza causata dall’esplosione della pandemia.

L’inadeguatezza di alcuni di questi assetti era da tempo evidente. Ma, piuttosto che procedere celermente a una loro correzione, cosa che fu fatta, parzialmente, solo per il settore finanziario, si lasciò, per inerzia, timidezza e interesse, che questa critica precisa e giustificata divenisse, nel messaggio populista, una protesta contro tutto l’ordine esistente.

Questa incertezza, caratteristica dei percorsi verso nuovi ordinamenti, è stata poi amplificata dalla pandemia. Il distanziamento sociale è una necessità e una responsabilità collettiva. Ma è fondamentalmente innaturale per le nostre società che vivono sullo scambio, sulla comunicazione interpersonale e sulla condivisione. È ancora incerto quando un vaccino sarà disponibile, quando potremo recuperare la normalità delle nostre relazioni. Tutto ciò è profondamente destabilizzante.

Dobbiamo ora pensare a riformare l’esistente senza abbandonare i principi generali che ci hanno guidato in questi anni: l’adesione all’Europa con le sue regole di responsabilità, ma anche di interdipendenza comune e di solidarietà; il multilateralismo con l’adesione a un ordine giuridico mondiale. Il futuro non è in una realtà senza più punti di riferimento, che porterebbe, come è successo in passato, si pensi agli anni 70 del secolo scorso, a politiche erratiche e certamente meno efficaci, a minor sicurezza interna ed esterna, a maggiore disoccupazione, ma il futuro è nelle riforme anche profonde dell’esistente. Occorre pensarci subito.  Ci deve essere di ispirazione l’esempio di coloro che ricostruirono il mondo, l’Europa, l’Italia dopo la seconda guerra mondiale. Si pensi ai leader che, ispirati da J.M. Keynes, si riunirono a Bretton Woods nel 1944 per  la creazione del Fondo Monetario Internazionale,  si pensi a   De Gasperi,  che nel 1943 scriveva la sua visione della futura democrazia italiana e a tanti altri che in Italia, in Europa, nel mondo immaginavano e preparavano il dopoguerra. La loro riflessione sul futuro iniziò ben prima che la guerra finisse, e produsse nei suoi principi fondamentali l’ordinamento mondiale ed europeo che abbiamo conosciuto. È probabile che le nostre regole europee non vengano riattivate per molto tempo e certamente non lo saranno nella loro forma attuale. La ricerca di un senso di direzione richiede che una riflessione sul loro futuro inizi subito.

Proprio perché oggi la politica economica è più pragmatica e i leader che la dirigono possono usare maggiore discrezionalità, occorre essere molto chiari sugli obiettivi che ci poniamo.

La ricostruzione di questo quadro in cui gli obiettivi di lungo periodo sono intimamente connessi con quelli di breve è essenziale per ridare certezza a famiglie e imprese, ma sarà inevitabilmente accompagnata da stock di debito destinati a rimanere elevati a lungo. Questo debito, sottoscritto da Paesi, istituzioni, mercati e risparmiatori, sarà sostenibile, continuerà cioè a essere sottoscritto in futuro, se utilizzato a fini produttivi ad esempio investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione, nella ricerca ecc. se è cioè “debito buono”. La sua sostenibilità verrà meno se invece verrà utilizzato per fini improduttivi, se sarà considerato “debito cattivo”. I bassi tassi di interesse non sono di per sé una garanzia di sostenibilità: la percezione della qualità del debito contratto è altrettanto importante. Quanto più questa percezione si deteriora tanto più incerto diviene il quadro di riferimento con effetti sull’occupazione, l’investimento e i consumi.

Il ritorno alla crescita, una crescita che rispetti l’ambiente e che non umili la persona, è divenuto un imperativo assoluto: perché le politiche economiche oggi perseguite siano sostenibili, per dare sicurezza di reddito specialmente ai più poveri, per rafforzare una coesione sociale resa fragile dall’esperienza della pandemia e dalle difficoltà che l’uscita dalla recessione comporterà nei mesi a venire, per costruire un futuro di cui le nostre società oggi intravedono i contorni.

L’obiettivo è impegnativo ma non irraggiungibile se riusciremo a disperdere l’incertezza che oggi aleggia sui nostri Paesi. Stiamo ora assistendo a un rimbalzo nell’attività economica con la riapertura delle nostre economie. Vi sarà un recupero dal crollo del commercio internazionale e dei consumi interni, si pensi che il risparmio delle famiglie nell’area dell’euro è arrivato al 17% dal 13% dello scorso anno. Potrà esservi una ripresa degli investimenti privati e del prodotto interno lordo che nel secondo trimestre del 2020 in qualche Paese era tornato a livelli di metà anni 90. Ma una vera ripresa dei consumi e degli investimenti si avrà solo col dissolversi dell’incertezza che oggi osserviamo e con politiche economiche che siano allo stesso tempo efficaci nell’assicurare il sostegno delle famiglie e delle imprese e credibili, perché sostenibili nel tempo.

Il ritorno alla crescita e la sostenibilità delle politiche economiche sono essenziali per rispondere al cambiamento nei desideri delle nostre società; a cominciare da un sistema sanitario dove l’efficienza si misuri anche nella preparazione alle catastrofi di massa. La protezione dell’ambiente, con la riconversione delle nostre industrie e dei nostri stili di vita, è considerata dal 75% delle persone nei 16 maggiori Paesi al primo posto nella risposta dei governi a quello che può essere considerato il più grande disastro sanitario dei nostri tempi. La digitalizzazione, imposta dal cambiamento delle nostre abitudini di lavoro, accelerata dalla pandemia, è destinata a rimanere una caratteristica permanente delle nostre società. È divenuta necessità: negli Stati Uniti la stima di uno spostamento permanente del lavoro dagli uffici alle abitazioni è oggi del 20% del totale dei giorni lavorati.

Vi è però un settore, essenziale per la crescita e quindi per tutte le trasformazioni che ho appena elencato, dove la visione di lungo periodo deve sposarsi con l’azione immediata: l’istruzione e, più in generale, l’investimento nei giovani.

Questo è stato sempre vero ma la situazione presente rende imperativo e urgente un massiccio investimento di intelligenza e di risorse finanziarie in questo settore. La partecipazione alla società del futuro richiederà ai giovani di oggi ancor più grandi capacità di discernimento e di adattamento.

Se guardiamo alle culture e alle nazioni che meglio hanno gestito l’incertezza e la necessità del cambiamento, hanno tutte assegnato all’educazione il ruolo fondamentale nel preparare i giovani a gestire il cambiamento e l’incertezza nei loro percorsi di vita, con saggezza e indipendenza di giudizio.

Ma c’è anche una ragione morale che deve spingerci a questa scelta e a farlo bene: il debito creato con la pandemia è senza precedenti e dovrà essere ripagato principalmente da coloro che sono oggi i giovani. È nostro dovere far sì che abbiano tutti gli strumenti per farlo pur vivendo in società migliori delle nostre. Per anni una forma di egoismo collettivo ha indotto i governi a distrarre capacità umane e altre risorse in favore di obiettivi con più certo e immediato ritorno politico: ciò non è più accettabile oggi. Privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza.

Alcuni giorni prima di lasciare la presidenza della Banca centrale europea lo scorso anno, ho avuto il privilegio di rivolgermi agli studenti e ai professori dell’Università Cattolica a Milano. Lo scopo della mia esposizione in quell’occasione era cercar di descrivere quelle che considero le tre qualità indispensabili a coloro che sono in posizioni di potere: la conoscenza per cui le decisioni sono basate sui fatti, non soltanto sulle convinzioni; il coraggio che richiedono le decisioni specialmente quando non si conoscono con certezza tutte le loro conseguenze, poiché l’inazione ha essa stessa conseguenze e non esonera dalla responsabilità; l’umiltà di capire che il potere che hanno è stato affidato loro non per un uso arbitrario, ma per raggiungere gli obiettivi che il legislatore ha loro assegnato nell’ambito di un preciso mandato.

Riflettevo allora sulle lezioni apprese nel corso della mia carriera: non avrei certo potuto immaginare quanto velocemente e quanto tragicamente i nostri leader sarebbero stati chiamati a mostrare di possedere queste qualità. La situazione di oggi richiede però un impegno speciale: come già osservato, l’emergenza ha richiesto maggiore discrezionalità nella risposta dei governi, che non nei tempi ordinari: maggiore del solito dovrà allora essere la trasparenza delle loro azioni, la spiegazione della loro coerenza con il mandato che hanno ricevuto e con i principi che lo hanno ispirato.

La costruzione del futuro, perché le sue fondazioni non poggino sulla sabbia, non può che vedere coinvolta tutta la società che deve riconoscersi nelle scelte fatte perché non siano in futuro facilmente reversibili.

Trasparenza e condivisione sono sempre state essenziali per la credibilità dell’azione di governo; lo sono specialmente oggi quando la discrezionalità che spesso caratterizza l’emergenza si accompagna a scelte destinate a proiettare i loro effetti negli anni a venire.

Questa affermazione collettiva dei valori che ci tengono insieme, questa visione comune del futuro che vogliamo costruire si deve ritrovare sia a livello nazionale, sia a livello europeo.

La pandemia ha severamente provato la coesione sociale a livello globale e resuscitato tensioni anche tra i Paesi europei.

Da questa crisi l’Europa può uscire rafforzata. L’azione dei governi poggia su un terreno reso solido dalla politica monetaria. Il fondo per la generazione futura (Next Generation EU) arricchisce gli strumenti della politica europea. Il riconoscimento del ruolo che un bilancio europeo può avere nello stabilizzare le nostre economie, l’inizio di emissioni di debito comune, sono importanti e possono diventare il principio di un disegno che porterà a un Ministero del Tesoro comunitario la cui funzione nel conferire stabilità all’area dell’euro è stata affermata da tempo.

Dopo decenni che hanno visto nelle decisioni europee il prevalere della volontà dei governi, il cosiddetto metodo intergovernativo, la Commissione è ritornata al centro dell’azione.

In futuro speriamo che il processo decisionale torni così a essere meno difficile, che rifletta la convinzione, sentita dai più, della necessità di un’Europa forte e stabile, in un mondo che sembra dubitare del sistema di relazioni internazionali che ci ha dato il più lungo periodo di pace della nostra storia.

Ma non dobbiamo dimenticare le circostanze che sono state all’origine di questo passo avanti per l’Europa: la solidarietà che sarebbe dovuta essere spontanea, è stata il frutto di negoziati. Né dobbiamo dimenticare che nell’Europa forte e stabile che tutti vogliamo, la responsabilità si accompagna e dà legittimità alla solidarietà.

Perciò questo passo avanti dovrà essere cementato dalla credibilità delle politiche economiche a livello europeo e nazionale. Allora non si potrà più, come sostenuto da taluni, dire che i mutamenti avvenuti a causa della pandemia sono temporanei.

Potremo bensì considerare la ricostruzione delle economie europee veramente come un’impresa condivisa da tutti gli europei, un’occasione per disegnare un futuro comune, come abbiamo fatto tante volte in passato.

È nella natura del progetto europeo evolversi gradualmente e prevedibilmente, con la creazione di nuove regole e di nuove istituzioni: l’introduzione dell’euro seguì logicamente la creazione del mercato unico; la condivisione europea di una disciplina dei bilanci nazionali, prima, l’unione bancaria, dopo, furono conseguenze necessarie della moneta unica. La creazione di un bilancio europeo, anch’essa prevedibile nell’evoluzione della nostra architettura istituzionale, un giorno correggerà questo difetto che ancora permane.

Questo è tempo di incertezza, di ansia, ma anche di riflessione, di azione comune. La strada si ritrova certamente e non siamo soli nella sua ricerca.

Dobbiamo essere vicini ai giovani investendo nella loro preparazione. Solo allora, con la buona coscienza di chi assolve al proprio compito, potremo ricordare ai più giovani che il miglior modo per ritrovare la direzione del presente è disegnare il tuo futuro.

 

 

 

3 08, 2020

Formazione e competenze nelle politiche attive per lavoro e nuove generazioni

Di |2020-08-03T08:38:02+00:00Agosto 3rd, 2020|Analisi e interventi|

Investimento sul capitale umano 

Idee e proposte su sviluppo di competenze e formazione.

Il supporto di dimensione, programmi e pratiche europee

per le nuove generazioni.

 

Paper a cura di Erasmo

Documento coordinato da:

Carmelo Cutrufello (esperto di finanza agevolata e progettazione europea)

Piero David (economista del CNR)

 

Non è un problema di soldi. Magari di risorse in un senso più generale si, ma di soldi certamente no. Una delle principali preoccupazioni di una classe dirigente responsabile dovrebbe essere la ricerca degli strumenti per ridurre strutturalmente i tassi di disoccupazione ed inattività in tutto il tessuto sociale europeo, con particolare attenzione alle fasce d’età 18 – 35 e over 55.

L’elevata disoccupazione o sottooccupazione è il principale problema del capitalismo continentale e non pesa solo sulle regioni meridionali italiane ma anche su una vasta parte delle regioni periferiche dell’est e sud Europa o delle ricchissime metropoli del nord Europa. La nascita di una nuova generazione di cittadini europei, consapevoli dei propri doveri e dei propri diritti, orgogliosi di appartenere ad una comunità e fraternità europea, passa dal riconoscimento del ruolo sociale dell’individuo, dalla sua affermazione e dal riscatto individuale raggiunto attraverso un’occupazione dignitosa ed adeguata alle competenze acquisite. Per far questo, servono però interventi formativi e politiche attive mirate al raggiungimento di tali fini.

Il problema dell’elevata disoccupazione in molte aree del continente non nasce certo dalla crisi generata del Covid19 ma ne è stato fortemente accentuato, mettendo a nudo tutte le fragilità di un sistema, soprattuto di quello italiano, basato su lavori di media o bassa qualificazione (servizi turistici e della ristorazione, attività obsolete sostituibili da software e nuovi impianti produttivi) con particolari criticità nelle zone più svantaggiate del Sud come Sicilia e Calabria (dove peraltro il tasso di disoccupazione giovanile rasenta il 45% e quello complessivo viaggia intorno al 24%) ed in generale in tutte le aree europee obiettivo 1.

Dobbiamo chiarire che l’investimento in formazione e politiche attive per il lavoro è un vantaggio anche e soprattutto per le imprese le quali riducono al minimo i tempi di ingresso produttivo del lavoratore in azienda, aumentano la disponibilità di manodopera qualificata sul mercato, possono contare su personale capace di apportare una decisiva spinta verso l’innovazione di prodotto o di processo, essendo in nuce abituato all’evoluzione dei sistemi produttivi. In un certo senso, significa patrimonializzare l’impresa attraverso l’attribuzione di skills al (futuro) personale che aiuterà l’impresa nella sua lotta per la sopravvivenza. Non è poco in un mondo in cui si punta sull’innovazione, sulla diversificazione e sull’unicità dei prodotti, in cui non possiamo e non dobbiamo più competere sui prezzi.

Ed in teoria l’investimento in formazione è la principale politica attiva richiamata nei documenti di programmazione della Commissione europea: “L’UE sostiene gli sforzi compiuti dagli Stati membri per fornire ai propri cittadini un elevato livello di istruzione e formazione…allo scopo di fare in modo che l’apprendimento permanente e la mobilità divengano una realtà, migliorare la qualità e l’efficacia dell’istruzione e della formazione, promuovere l’equità, la coesione sociale e la cittadinanza attiva, favorire la creatività, l’innovazione e lo spirito imprenditoriale”.

Come costruire un percorso formativo innovativo che doti tutti i giovani delle competenze necessarie per entrare rapidamente e dignitosamente nel mercato del lavoro?

  • Un nuovo approccio alla conoscenza. Innanzitutto, occorre cominciare il prima possibile. Ai giovani deve essere trasmesso fin dall’ingresso nel mondo della scuola il senso di curiosità verso tutto ciò che è innovazione e frontiera. Per far questo possono essere utilizzati i fondi del PON Miur che troppo spesso invece servono per replicare lezioni di sostegno a ragazzi rimasti indietro. Attraverso i PON invece si potrebbero mostrare ai nostri giovani le meraviglie della robotica, della programmazione, della grafica computerizzata, della ricerca scientifica, delle nuove tecnologie facendo loro toccare con mano quanto di più innovativo esista. In questa azione di diffusione potrebbero essere coinvolte le imprese, gli enti di ricerca e le università, i quali, rendendo divertente l’approccio alla scienza, potrebbero stimolare in loro la curiosità e la voglia di approcciarsi a mondi nuovi.
  • Soft skills ed alfabetizzazione economica. Un secondo aspetto formativo da sviluppare sono le soft skills e le conoscenze di base che diventano centrali nel mondo del lavoro: oggi il mondo del lavoro vede un’evoluzione talmente veloce delle competenze per cui le imprese manifestano una preferenza per quei soggetti che possiedono soft skills tali da consentire un adattamento all’ambiente aziendale costante poiché sanno che grazie alla formazione questi collaboratori potranno apprendere funzioni e processi diversi seguendo così l’evoluzione tecnologica o di processo. Sarebbe assolutamente produttivo quindi creare dei luoghi in cui i giovani possano formare i loro processi di analisi situazionale e di risoluzione dei conflitti attraverso la formazione nei campi della negoziazione, del problem solving creativo, della comunicazione interna ed esterna e nella gestione dei processi. Inoltre fin da subito dovrebbero acquisire conoscenze che permettano loro di capire cos’è e come funziona un’azienda, mentre negli anni successivi dovrebbero essere capaci di saper leggere (e magari scrivere) un business plan o un atto amministrativo. Tra le competenze di base da sviluppare infatti dovrebbe esservi l’alfabetizzazione economica e finanziaria indipendentemente dal fatto che i nostri giovani frequentino un liceo o un istituto tecnico: tutte le skills di cui abbiamo qui discusso sono basilari sia per chi farà il magistrato o il medico, il direttore generale di un dipartimento universitario o il dirigente generale di un ministero così come per chi occuperà un posto in un reparto di produzione industriale, per chi sarà responsabile acquisti in una piccola impresa o in altre funzioni simili poiché questi dovranno scrivere e leggere decine di budget, confrontare offerte diverse per beni, servizi e prodotti finanziari, etc.
  • Investimento nei laboratori scolastici. Tutte queste azioni sono anche determinanti per le future risorse umane delle organizzazioni economiche le quali ruoteranno attorno all’uomo che programma, progetta e gestisce le macchine per cui chi si approccia a tali funzioni va preparato adeguandone le competenze alle nuove sfide. Gli istituti tecnici sono in realtà il cuore pulsante del “fatto a mano” italiano. Tutti i settori produttivi, anche quelli più spintamente meccanizzati sono comunque governati da uomini. Migliore sarà la formazione del personale migliore sarà anche la possibilità che questo possa intervenire per efficientare i processi, la resa degli impianti, la qualità del prodotto finale. Per ottenere alla fine del percorso formativo un personale altamente qualificato servono degli ingredienti da mixare: attrezzature nuove o nuovissime nelle scuole, personale docente di laboratorio motivato che possibilmente svolga part time un’occupazione coerente con le materie insegnate in azienda e sia sottoposto a costante aggiornamento. Occorre quindi un poderoso investimento in questi settori.
  • Rafforzare l’alternanza scuola-lavoro. E’ chiaramente positivo che venga stretto il rapporto con le aziende già implementato dall’alternanza scuola–lavoro: dove funziona correttamente infatti se ne vedono i risultati. In Germania, dove esiste uno dei sistemi più funzionali ed efficaci, sono coinvolti in questi percorsi circa 1.400.000 ragazzi tra i 15 e 25 anni, per un periodo che varia dai 2 ai 3 anni, con un’alternanza tra formazione teorica in una scuola professionale e l’esperienza pratica in fabbrica, negli uffici e nei laboratori. È una modalità che ha dimostrato di garantire agli studenti di accedere velocemente al mondo del lavoro: in Germania la disoccupazione giovanile è nettamente al di sotto della media europea. Le Camere di commercio svolgono un ruolo chiave nella realizzazione del sistema duale, in qualità di enti terzi, in grado di far coesistere e coordinare le esigenze dei lavoratori con quelle delle imprese. Spetta a loro, infatti, il compito di stilare i piani di formazione (ce ne sono ben 350, riconosciuti a livello federale) e sono loro a reperire il budget necessario per la formazione duale, grazie al diritto annuale pagato dalle aziende e al contributo delle imprese che richiedono di ospitare il tirocinio degli studenti.

L’Italia non dispone di un tessuto imprenditoriale simile a quello tedesco con molte medie e grandi imprese. Nelle regioni meridionali quindi, l’alternanza scuola–lavoro si è rivelata una mera attività didattica, quando non una vera e propria perdita di tempo: tutto ciò chiaramente per mancanza di imprese solide dove inserire i giovani in numero ragionevole e dove far testare loro abilità, capacità relazionali o di problem solving. Una soluzione al problema potrebbe essere quella di spingere l’acceleratore sulle imprese didattiche (il modello potrebbero essere gli istituti agrari) che realizzino prodotti e forniture per clienti esterni costringendo i giovani ad affrontare le sfide di una vera e propria attività imprenditoriale sotto la guida dei docenti e dove possano trovare anche un’occupazione part time se necessario. È intuibile che le imprese sane e con una chiara visione del futuro saranno oltremodo interessate a formare giovani da inserire nelle loro organizzazioni come portatori di innovazione e di modernizzazione, soprattutto in quelle mansioni dove hanno più carenze, ovvero quelle più innovative.

  • Monitorare i neet. Fuori dalla scuola, per chi non continua con l’università (tre su quattro) si apre il baratro dei neet. Ai nostri giovani ormai ufficialmente disoccupati restano due opzioni: scegliere un percorso di inserimento lavorativo tramite un’agenzia per il lavoro o continuare con la formazione professionale. Anche in questo caso le risorse economiche disponibili sono enormi: il Fondo Sociale Europeo riempie le regioni obiettivo 1 di risorse ad ogni programmazione. Quanti giovani trovano lavoro grazie ad un corso di formazione o ad un tirocinio extracurriculare non è però dato saperlo. Come prima cosa servono dei sistemi di monitoraggio grazie ai quali l’amministrazione deve poter sapere se quel giovane ha trovato lavoro nel settore in cui è stato formato o inserito con tirocinio: lo scopo è misurare l’efficacia delle azioni intraprese. Se non funzionano, evidentemente vanno cambiate, e non funzionano.
  • La formazione professionale digitale ed orientata ai risultati. Per rendere il sistema della formazione professionale utile al mondo dell’impresa occorre cambiare le modalità con cui vengono remunerati gli enti che erogano la formazione stessa, la modalità con cui vengono programmati i corsi e la rispondenza di questi alle reali necessità delle imprese. Per la realizzazione di una corretta programmazione del catalogo formativo regionale, l’approccio più efficace è quello che parte da un’analisi dei fabbisogni corroborata da dati statistici nazionali sulla carenza di figure professionali, che preveda il raccordo con aziende ospitanti individuate già prima della presentazione del progetto, dove successivamente il giovane possa essere impiegato negli stage e in prospettiva assunto. La formazione poi potrebbe essere retribuita in parte a processo e in parte a risultato, incentivando quelle iniziative che riescono a centrare risultati occupazionali di medio o lungo periodo. Alla formazione andrebbero collegate le politiche attive di inserimento lavorativo in un continuum che costruisca un’azione esperenziale per il discente: formazione, stage, tirocinio, apprendistato, contratto di lavoro a tempo indeterminato. Riuscire a mettere nello stesso progetto di carriera tutti questi elementi permetterebbe di disporre di personale formato e rodato, già efficiente e pronto ad intervenire nei processi produttivi. Va da sé che i programmi formativi devono essere concordati con le imprese che dovranno assorbire i giovani e realizzati, anche solo in parte, con loro personale di fiducia: ciò darebbe il massimo della rispondenza ai bisogni da loro espressi.

Una grande occasione per le regioni meno sviluppate è rappresentata dalla fortissima spinta alla digitalizzazione che è derivata dalla crisi del Covid 19: grazie alla dematerializzazione di moltissimi percorsi formativi (ormai i MOOC sono uno standard) è possibile infatti accedere a sessioni di altissima qualità a costi irrisori e senza dover affrontare problemi logistici come il trasferimento da città a città. Ciò apre ad una democratizzazione delle compentenze, che può permettere anche in condizioni di serio disagio economico di accedere ad un bene primario come la formazione. La scelta di utilizzare piattaforme digitali consente inoltre di poter selezionare i migliori docenti senza vincolo di appartenenza territoriale, aumentare a dismisura il numero dei discenti, rendere flessibile la fruizione del servizio e trasferire documenti e altri supporti senza alcun problema. Resta quindi solo da sensibilizzare il discente ad una fruizione efficace del servizio.

  • Placement ed incentivi. Uno degli elementi di maggiore criticità per la riuscita di tale progetto formativo e lavorativo è la scelta della “giusta” carriera a cui indirizzare i giovani. Andrebbero quindi incentivate solo le azioni formative che riguardino quelle figure professionali per cui c’è una richiesta insoddisfatta, facilmente rinvenibili nelle statistiche nazionali o internazionali, e siano esse figure “storiche” come conciatori, falegnami, sarti, cuochi o figure innovavite come il data scientist o il project manager. Inoltre andrebbe limitata al massimo la formazione per figure professionali con minor livello di specializzazione in modo tale da concentrare le risorse su percorsi formativi ad alto valore aggiunto che non aumentino la competizione nella fascia bassa dell’occupazione. Appare opportuno puntare su figure professionali che non si sovrappongano a quelle presenti in mercati saturi o che presentino un buon grado di innovazione in prospettiva di una futura evoluzione dei processi produttivi.

Per ottenere un risultato ottimale rispetto al programma formativo qui descritto, è cruciale partire dalla presa in carico dell’utente. In questa fase i giovani devono effettuare con l’ausilio di un esperto un bilancio delle competenze dettagliato ed articolato e la conseguente stesura di un piano formativo individualizzato che rimandi ai servizi, pubblici o privati, individuati come necessari per compensare le condizioni di svantaggio emerse. Ad esempio, ai giovani non diplomati potrebbe essere imposto di completare gli studi in un istituto superiore, di frequentare corsi per la professionalizzazione, compensare con azioni formative mirate alcune delle carenze evidenziate (ad esempio le lingue straniere) e poi, partendo da questa nuova base, entrare nel mondo del lavoro attraverso stage, tirocini extracurriculari e apprendistato. Pena la perdita dei sussidi come il reddito di cittadinanza. In questa fase è essenziale la sinergia tra il decisore pubblico e le sue strutture (centri per l’impiego, Anpal, scuole, camere di commercio, etc) e i servizi erogati dai privati.

 

  • Un nuovo rapporto tra pubblico e privato. Lo Stato e le Regioni, come autorità competenti, dovrebbero attuare l’articolo tre della Costituzione contribuendo a rimuovere gli ostacoli che non consentono le pari opportunità. Di contro, dovrebbero lasciare ai privati la possibilità di realizzare i servizi con la flessibilità necessaria per un’efficace ed efficiente attuazione degli stessi. Nel settore della formazione, in particolare, appare evidente la necessità di mutare con grande frequenza le figure dei formatori secondo le mutate necessità del mercato. La rigidità imposta dai contratti pubblici appare incompatibile con l’elevato turnover qui necessario. Allo Stato ed alle Regioni rimane quindi il ruolo del regolatore, di monitoraggio e di finanziatore delle attività svolte secondo gli obiettivi centrati, mentre l’attività operativa va lasciata agli operatori privati.

 

Bibliografia essensiale di riferimento

  • Joseph E. Stiglitz, “Popolo, potere e profitti. Un capitalismo progressista in un’epoca di malcontento”, Einaudi 2020.
  • Mariana Mazzucato, “Il valore di tutto. Chi lo produce e chi lo sottrae nell’economia Globale”, Laterza 2018.
  • Commissione Europea, Proposta di relazione comune sull’occupazione della Commissione e del Consiglio, Bruxelles, 17.12.2019 COM (2019) 653 final.
  • Ebinter Ente Bilaterale Nazionale Terziario, “L’apprendimento nell’impresa: sistema duale e alternanza scuola lavoro”, Romana Editrice S.r.l. 2020.

30 luglio 2020

20 07, 2020

Ue: i principali appuntamenti istituzionali fino al 26 luglio

Di |2020-07-20T07:38:09+00:00Luglio 20th, 2020|Analisi e interventi|

Di seguito i principali appuntamenti istituzionali fino al prossimo 26 luglio

LUNEDì 20 LUGLIO
– Consiglio europeo straordinario
– Consiglio agricoltura e pesca, partecipa il ministro alle Politiche agroalimentari Teresa Bellanova.
– Videoconferenza tra la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Charles Michel
– Videoconferenza tra la commissaria Ue per la Trasparenza, Vera Jourova, e i rappresentanti di varie organizzazioni Ue per la libertà di stampa e la protezione dei giornalisti, tra cui Reporter Senza Frontiere.
– Videoconferenza tra la commissaria Ue per l’Istruzione, Mariya Gabriel, e il presidente della rete degli studenti Erasmus, Kostis Giannidis, sulle priorità future Ue per Erasmsus+ e per lo spazio europeo dell’istruzione.
– La commissaria Ue per la Salute, Stella Kyriakides, tiene due videoconferenze separate con i rappresentanti dell’Organizzazione europea per la ricerca e la cura del cancro e con i rappresentanti di Facebook.
– Videoconferenza tra il commissario Ue per la Giustizia, Didier Reynders, e il presidente della commissione Affari esteri del Parlamento del Venezuela, Armando Armas.

MARTEDì 21 LUGLIO
– Videoconferenza consiglio informale della ricerca
– Videoconferenza tra il commissario Ue per la Giustizia, Didier Reynders, e il presidente della commissione Affari esteri del Parlamento del Venezuela, Armando Armas.

MERCOLEDì 22 LUGLIO
– Collegio dei commissari. Il vicepresidente della Commissione Ue, Margaritis Schinas, presenta la nuova strategia Ue per la Sicurezza.
– Webinar sul Recovery Fund e il Patto di stabilità, organizzato dal Ceps. Partecipano il commissario Ue per l’Economia, Paolo Gentiloni, e il presidente dello European Fiscal Board, Niels Thygesen.
– Videoconferenza tra Reynders, commissario Ue per la Giustizia, e il direttore della Fondazione Daphne Caruana Galizia, Matteo Caruana Galizia.
– A Vienna, conferenza ministeriale sulla lotta alla migrazione irregolare lungo la rotta del Mediterraneo orientale. Partecipa il commissario Ue per l’Allargamento, Oliver Varhelyi.

GIOVEDì 23 LUGLIO
– Ministeriale Ue-Angola in videoconferenza. Partecipa la commissaria Ue per i Partenariati internazionali, Jutta Urpilainen.
– Webinar sulla ‘Green Recovery’, organizzato dall’Associazione austriaca per le Politiche Ue. Partecipa il vicepresidente della Commissione Ue, Frans Timmermans.
– I vicepresidenti della Commissione Ue Frans Timmermans e Valdis Dombrovskis ricevono il premier ucraino Denis Shmyhal. Dombrovskis riceve anche il ministro delle Finanze ucraino, Marchenko Serhii, e il governatore della Banca nazionale ucraina, Kyrylo Shevchenko.
Valdis Dombrovskis, vicepresidente commissione Ue, in videoconferenza con il capo della rappresentanza di Huawei presso l’Ue, Abraham Liu.

VENERDì 24 LUGLIO
– Webinar ‘Next Generation EU. Europa-Italia, le sfide del futuro’ organizzato dalla Fondazione Symbola. Partecipa il commissario europeo all’Economia Paolo Gentiloni.

19 07, 2020

Se l’Europa non crede nell’Europa e nei giovani

Di |2020-07-19T16:31:14+00:00Luglio 19th, 2020|Analisi e interventi|

Diversi parlamentari europei hanno sottoscritto una nota che critica la nuova proposta del Presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, rispetto al taglio dei fondi previsti al programma “Erasmus” per un altro 14% nella prossima programmazione UE 2021/2027.

Nel dibattito generale, e soprattutto nella mediazione tra Parlamento, Commissione e Consiglio UE – i tre soggetti che decidono del bilancio pluriennale dell’Unione che si aggira intorno ai 1.200 miliardi di euro – uno dei punti di discussione al momento meno noti al grande pubblico riguarda proprio l’investimento che l’Unione realizza sulle nuove generazioni.

Continua a leggere l’articolo del presidente di Erasmo Giacomo D’Arrigo su Huffpost Italia

24 06, 2020

Esame, foto, gita di classe: per i 18enni nulla insieme nel 2020

Di |2020-06-24T09:08:58+00:00Giugno 24th, 2020|Analisi e interventi|

Qualche settimana fa un giovane studente di Torino, Renato Sclarandi, ha letteralmente disegnato la “foto” della sua classe. Con le scuole chiuse dal lockdown, Renato non si è perso d’animo ed ha riprodotto a matita tutti insieme i suoi compagni, che avranno così (e comunque) il ricordo che rende unico, per chiunque, l’ultimo anno di scuola. Quello della maturità. La notizia, a cui ha dato giustamente visibilità la viceministra all’Istruzione Anna Ascani, ha avuto molta eco per la curiosità e per il sentimento che questo gesto ha trasmesso. Soprattutto perchè ha dato attenzione ad una realtà unica.

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18 06, 2020

#ReFundingEurope petition on change.org

Di |2020-06-18T16:06:53+00:00Giugno 18th, 2020|Analisi e interventi|

“Erasmus “,”Creative Europe “,”European Solidarity Corps” are likely to be the first European victims of the pandemic. Three important EU mobility programs have suffered a reduction in funding in the 2021/2027 proposal of  Recovery Fund presented by President Ursula von der Leyen.

Today, as a matter of fact, the financing proposals of the three programs compared to the 2018 draft are:

  • 4 billion euros less for “Erasmus” (foreseen funding 24.6 billion compared to 30 budgeted in 2018)
  • 330 million euros less for “Creative Europe” (expected funding 1.52 billion compared to 1.85 in 2018)
  • 365 million euros less for the “European Solidarity Corps” (expected funding 895 million compared to 1.26 billion in 2018).

In addition to the economic aspect, this approach conveys a “step back” message on various fronts: development of European citizenship; growth in solidarity between different cultures identification of values on a large scale, precisely on those actions for which, given the very high percentage of use of funds, many parties have urged the use of more resources.

Of course, today we live in a context of fear and travel restrictions, but the issue is also what type and what future dimension the European programming wants to build. However, there is not only the risk of fewer resources for big programs, but there’s also something deeper: support for the freedom of mobility of people, skills, companies and investment in human capital. And these are the two elements that 75 years ago brought different States to join the Union and that are still relevant in our being together.

Young people are the most affected by the pandemic crisis; “Erasmus”, “Creative Europe” and “European Solidarity Corps” are the right instruments to invest on people, allowing the European space to be among the most educated and wealthiest place on the planet: it is needed to strengthen their impact, not to decrease it. “Erasmus” program not only includes the well-known student mobility, but also activities aimed at workers, young people, associations and non-formal education; cutting funds would be a weak point of the Commission proposal which instead wants to speak to the future. President von der Leyen referred to the importance of the new generations: this does not match with this choice. #NextGenerationEU is a positive and ambitious plan: why should we limit the investment of a significant part of our future? “Engage, Connect, Empower”, why betray the three keywords of the European Youth Strategy 2019/2027?

By signing this petition, we ask:

– the European Parliament to bring the overall budget of the three EU programs back to the 2018 proposal

– the European Commission and the European Council to accept the proposal, contributing to an agreement on the new EU 2021/2027 programming

– to have the funds restored on the three programs to be destined to special projects to develop useful initiatives to face possible new moments of social crisis

– the European institutions to support public programs and policies that promote free mobility for people, goods, skills as a qualifying element of the EU

– the European institutions to support all public and private initiatives aimed at training and valorising human capital, especially youth capital.

11 06, 2020

Perchè non bisogna tagliare i fondi ai programmi di mobilità Ue

Di |2020-06-11T09:46:12+00:00Giugno 11th, 2020|Analisi e interventi|

I fondi aumentano, ma non bastano per i programmi più importanti per i giovani e cultura. Nel suo piano NextGenerationEu da 750 miliardi, la Commissione europea ha deciso di diminuire i finanziamenti per i programmi di mobilità, come Erasmus, Europa Creativa e Corpo di solidarietà europeo, previsti per il prossimo bilancio dell’Unione 2021-2027. Un passo indietro rispetto alla prima bozza del 2018 che prevedeva di aumentare i fondi per i programmi di mobilità, fermi a 15 miliardi per Erasmus+ e a 1,46 per Europa Creativa per il bando 2014-2020.

Adesso invece, come ha sottolineato la fondazione Erasmo, lanciando una petizione su Linkiesta Europea, le proposte per i tre programmi subiranno una contrazione di 6 miliardi: il programma Erasmus+ verrà tagliato di 5,4 miliardi (passando dai 30 annunciati a 24,6); Europa Creativa di 330 milioni (1,52 miliardi rispetto a 1,85) e il Corpo di Solidarietà Europeo di 365 milioni (895 milioni rispetto a 1,26 miliardi). Un messaggio sbagliato verso le nuove generazioni che aspettano con impazienza di vivere il loro sogno europeo. Soprattutto in una fase in cui la pandemia ha drasticamente ridotto la mobilità.

Continua a leggere l’articolo di Lucio Palmisano su Linkiesta Europea

5 06, 2020

#RefundingEurope: online la petizione di Erasmo per difendere la mobilità

Di |2020-06-05T08:22:03+00:00Giugno 5th, 2020|Analisi e interventi|

Erasmus“, “Europa Creativa“, “Corpo Europeo di Solidarietà“. Rischiano di essere le prime vittime europee della pandemia. Tre importanti programmi UE di mobilità, con un forte protagonismo delle nuove generazioni, nella proposta della programmazione 2021/2027 hanno subito una riduzione di finanziamento nell’ambito del Recovery Fund presentato dalla Presidente Ursula von der Leyen. Nasce con lo scopo di difendere mobilità e sviluppo del capitale umano #RefundingEurope, la petizione di Erasmo attiva sulla piattaforma Change.org.

Ad oggi  le proposte di finanziamento dei tre programmi rispetto alla bozza del 2018, sono:
– 5,4 miliardi di euro in meno per “Erasmus” (finanziamento previsto 24,6 miliardi rispetto ai 30 preventivati nel 2018)
– 330 milioni di euro in meno per “Europa Creativa” (finanziamento previsto 1,52 miliardi rispetto a 1,85 del 2018)
– 365 milioni di euro in meno per il “Corpo di Solidarietà Europeo” (finanziamento previsto 895 milioni rispetto al 1,26 miliardi del 2018)

Oltre all’aspetto economico, questa impostazione trasmette un messaggio di “passo indietro” su vari fronti: sviluppo di cittadinanza europea; crescita solidale tra culture diverse; identificazione valoriale su larga scala, proprio su quelle azioni per le quali, vista l’altissima percentuale di utilizzo dei fondi, è stato sollecitato da più parti l’impiego di maggiori risorse.

Certo, oggi il contesto è quello della paura o del blocco degli spostamenti ma il tema riguarda che tipo e che dimensione di futuro la programmazione europea vuol costruire. Non c’è infatti solo il rischio di minori risorse per programmi importanti, ma qualcosa di più profondo che tocca due elementi su cui poggia l’Unione e che impattano sul senso dello stare insieme, che 75 anni fa ha portato Stati diversi a unirsi: il sostegno alla libera mobilità di persone, competenze, aziende e l’investimento sul capitale umano.

I giovani sono la categoria più colpita dalla crisi pandemica, “Erasmus”, “Europa Creativa” e “Corpo Europeo di Solidarietà” sono strumenti che realizzano un investimento sulle persone determinando che lo spazio europeo sia tra i più istruiti e ricchi del pianeta: allargare la loro forza di impatto è quello che serve, non diminuirla. Tagliare i fondi al programma “Erasmus”, che non comprende solo la famosissima mobilità per studenti, ma anche attività rivolte a lavoratori, giovani, associazioni e all’educazione non formale, è un punto debole della proposta della Commissione che invece vuol parlare al futuro. Le dichiarazioni con cui von der Leyen ha fatto riferimento all’importanza delle nuove generazioni, non trovano corrispondenza in questa scelta. #NextGenerationEU è un piano positivo ed ambizioso, allora perché limitare l’investimento su parte rilevante del futuro? “Engage, Connect, Empower“, perché tradire le tre parole chiave della European Youth Strategy 2019/2027?

Sottoscrivendo questo appello, chiediamo che:

– il Parlamento Europeo riporti il budget complessivo dei tre programmi UE alla proposta del  2018
– Commissione Europea e Consiglio Europeo accettino la proposta, contribuendo ad un accordo sulla nuova programmazione UE 2021/2027
– I fondi ripristinati sui tre programmi siano destinati a progetti speciali che sviluppino iniziative utili ad affrontare eventuali, nuovi momenti di crisi sociali
– le Istituzioni europee sostengano programmi e politiche pubbliche che promuovano la libera mobilità per persone, merci, competenze come elemento qualificante dell’UE
– le Istituzioni europee sostengano tutte le iniziative pubbliche e private finalizzate a formazione e valorizzazione del capitale umano, in particolare quello giovanile.

3 06, 2020

Qui Europa. C’è un problema su giovani, istruzione e cultura

Di |2020-06-03T10:25:22+00:00Giugno 3rd, 2020|Analisi e interventi|

“Erasmus”, “Europa Creativa” e “Corpo Europeo di Solidarietà” rischiano di essere le prime vittime europee della pandemia. Tre importanti programmi Ue di mobilità, che vedono un forte protagonismo dei giovani, che nella prossima programmazione 2021/2027 potrebbero avere limitazioni e problemi.

Da settimane il Covid19 ha bloccato attività di scambio e progetti su scala continentale: fatto rientrare a casa gli studenti Erasmus, sospeso le nuove partenze, frenato attività e iniziative, limitato i partenariati, indebitato enti e piccole realtà. La mobilità, lo studio, l’associazionismo giovanile sono ormai allo stremo non soltanto dal punto di vista economico ma (forse in modo più pesante) anche da quello della prospettiva futura.

Continua a leggere l’analisi del presidente di Erasmo Giacomo D’Arrigo su Huffingtonpost.it