20 01, 2021

La dimensione europea dell’innovazione, ricerca e spin-off accademici: cosa accade in Italia, UE e Usa

Di |2021-01-20T10:12:29+00:00Gennaio 20th, 2021|Analisi e interventi|

Paper di “Erasmo”
Curato da Piero David e Valeria Schifilliti

Contesto generale

Se vogliamo dare una lettura “resiliente” al 2020 e alla pandemia da Covid-19, possiamo dire con certezza che l’anno appena concluso, drammatico per le famiglie e le economie di tutti i Paesi del mondo, ha accelerato una rivoluzione digitale che, nonostante la diffusa tecnologia che già da anni ha pervaso tutti gli aspetti della nostra vita quotidiana, stentava ad affermarsi, soprattutto nei processi produttivi. Dalle piattaforme di videoconferenza allo smart working, dal cloud all’e-commerce, sono questi tutti strumenti esistenti da tempo, ma poco adoperati per un’inerzia culturale nell’uso del digitale e nell’organizzazione del personale.

Tale rivoluzione digitale sistemica produrrà a sua volta una rapida trasformazione dell’economia mondiale che nel 2021 entrerà, probabilmente, in una nuova era dove una delle più importanti materie prime del successo di imprese ed economie nazionali sarà, molto più che nel passato, l’innovazione. Se già nei primi venti anni del secolo questo cambio di paradigma si era cominciato ad intravedere, dopo la pandemia la distanza tra i processi ad alto contenuto di innovazione e quelli tradizionali, in termini di valore aggiunto e competitività, si amplierà esponenzialmente in tempi brevi.

Pertanto, la sfida di riuscire a ricostruire dalle macerie del 2020 un’economia competitiva e dinamica passa dal mettere in piedi un sistema che crei e utilizzi in tutti i processi produttivi pubblici e privati, l’innovazione. Le risorse per riuscire in questa impresa ci sono. Col Next Generation EU, attraverso i diversi strumenti messi in campo dalla Commissione Europea (Recovery and Resilience Facility, React EU e Just Transition Fund) per contrastare gli effetti della pandemia e sostenere una ripresa equilibrata e sostenibile (circa 209 miliardi ripartiti in 81,4 miliardi di sussidi e 127,4 miliardi di prestiti), insieme ai 37,3 miliardi di fondi strutturali, il prossimo ciclo di programmazione 2021-2027 si presenta senza dubbio come l’occasione, in un certo senso storica, per l’Italia di intervenire sui propri limiti strutturali e divenire un sistema economico moderno ed efficiente. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ha (al momento) individuato diverse missioni e riforme a supporto. Tra queste, la componente C2 della Missione 1 – Innovazione, competitività, digitalizzazione 4.0 e internazionalizzazione (con una dotazione 32,4 miliardi euro) potrebbe rappresentare l’occasione per la parte più dinamica del nostro apparato produttivo per ritagliarsi uno spazio nella competizione globale. E la componente C2 della Missione 4 – Dalla ricerca all’impresa (con una dotazione di 8,48 miliardi di euro) dovrebbe rappresentare la strategia per far incontrare il mondo della ricerca con quello delle imprese.

Nel dibattito che si è aperto sul PNRR e sulle Linee Guida della Commissione, sarebbe utile introdurre un tema trasversale alle sei missioni proposte dal Governo ed alle sette iniziative flagship indicate dalla Commissione: quello di una collaborazione strutturale tra università e industria, importante driver dell’economia nel promuovere la competitività regionale attraverso l’innovazione tecnologica, la cosiddetta “terza missione” dell’Università (Etzkowitz, Webster, Gebhardt, & Terra, 2000). Mediante questa terza missione, gli atenei, soprattutto statunitensi e inglesi, hanno rafforzato le relazioni tra mondo accademico, società e territorio, promuovendo il trasferimento della ricerca generata all’interno dell’università, all’industria e divenendo il principale meccanismo di innovazione dei prodotti e dei processi produttivi.

La realtà americana e dei Paesi europei

Negli Stati Uniti, già con l’approvazione del Bayh-Dole Act nel 1980, è stato introdotto uno stimolo alla creazione di brevetti universitari, consentendo ai ricercatori di ottenere valore economico dal proprio lavoro attraverso finanziamenti federali (D. C. Mowery, Nelson, Sampat, & Ziedonis, 2001). Inoltre, con l’introduzione del tribunale dei brevetti ed un ambiente legale favorevole alla tutela della proprietà intellettuale (Arora, Fosfuri, & Gambardella, 1995), le università hanno promosso la creazione e lo sfruttamento di brevetti con l’istituzione di Uffici di Trasferimento Tecnologico (TTO) che hanno incoraggiato la formazione di Spin-Off Accademiche (ASO), imprese create al fine di commercializzare i frutti derivanti dalla ricerca universitaria. Di conseguenza, il numero di brevetti nelle università statunitensi è cresciuto rapidamente, raddoppiando nel periodo tra il 1979 e il 1984 ed aumentando con una quota del 3,6 percento nel 1995 a partire dall’1 percento del 1975 (D. Mowery, Nelson, Sampat, Policy, & 1999).

Tale approccio sull’uso dei brevetti si è progressivamente spostato in Europa, in particolare nel Regno Unito, raggiungendo successivamente anche gli altri Paesi Europei. Secondo il Survey Report dell’ASTP-Proton, la stragrande maggioranza (92%) degli Uffici di Trasferimento Tecnologico in Europa può contare non meno di un brevetto concesso o una domanda di brevetto nel proprio portafoglio con un tasso medio del 21% relativo alla concessione di licenze. Raccogliendo dati da oltre 400 organizzazioni europee, l’ASTP-Proton Report ha anche esaminato la creazione di imprese spin-off mostrando una regolare attività all’interno della comunità europea, evidenziando la formazione di 640 nuove spin-off nel 2015.

Tabella 1. Attività relative alla Proprietà Intellettuale negli Uffici di Trasferimento Tecnologico (ASTP-Proton, 2015)

Attività Proprietà Intellettuale
Divulgazione delle invenzioni 11,301
Nuove domande di brevetto 2,802
Brevetti concessi 1,079
Famiglie di brevetti attive nel 2014 18,762

 

Al contrario, i Paesi del Sud Europa si sono mostrati più lenti non solo nell’approvazione della normativa di riferimento, ma si sono rivelati anche deboli nei propri sistemi di ricerca (Cesaroni & Piccaluga, 2005). In Italia, la prima proposta di legge sull’imprenditorialità accademica è stata la legge n. 383/2001, successivamente integrata nel 2005 con il nuovo Codice ufficiale dei diritti di proprietà intellettuale seguito dal Regolamento di attuazione del Codice della Proprietà Industriale del 2010. La prima norma del 2001 ha introdotto il cosiddetto Professor’s Privilege, secondo cui, le invenzioni sviluppate in ambito accademico (o presso gli enti di ricerca pubblici) appartengono ai professori o ricercatori che le hanno concepite e non alle strutture di ricerca (Atenei, Enti) che tuttavia ne sostengono i costi di sviluppo, limitando di fatto la possibilità delle Università di finanziarsi tramite il trasferimento tecnologico. Se da una parte con queste leggi il governo ha dimostrato il proprio interesse a sostenere la commercializzazione della ricerca universitaria, dall’altra, agevolando i professori, limita la commercializzazione delle invenzioni, poiché questi ultimi hanno più interesse a pubblicare le loro “invenzioni” piuttosto che brevettarle, dipendendo la carriera accademica principalmente dalle citazioni degli articoli pubblicati, i quali, nella valutazione del sistema universitario, hanno più importanza dei brevetti. Ed infatti, i soli Paesi europei in cui il Professor’s Privilege è ancora in vigore sono l’Italia e la Svezia, mentre l’evoluzione normativa degli altri Paesi ha mostrato un progressivo abbandono di tale approccio (Tabella 2). In particolare, gli altri Paesi Europei hanno adottato il sistema dell’Institutional Ownership, il quale prevede che l’istituzione per cui il ricercatore lavora, diventi proprietaria dei risultati della ricerca finanziata con fondi pubblici, e, detenendone i diritti di proprietà intellettuale, ottenga i benefici economici che ne derivano dal brevetto.

Tabella 2. Evoluzione del sistema di proprietà intellettuale in Europa (Martínez, Catalina and Valerio Sterzi, WIPO 2018)

Cambiamenti nelle policy Nazione Anno
Abolizione del Professor’s Privilege Danimarca 2000
Germania 2002
Austria 2002
Norvegia 2003
Finlandia 2007
Maggiore potenziamento del sistema di proprietà intellettuale Regno Unito 1977
Spagna 1986
Francia 1999
Svizzera 1991
Belgio 1997
Portogallo 1998
Introduzione del Professor’s Privilege Italia 2001
Proseguimento del Professor’s Privilege Svezia 1949

 

È vero che Paesi come Italia e Regno Unito presentano strutture diverse nei loro sistemi nazionali, scientifici e tecnologici. Da un nostro lavoro di ricerca sul fenomeno delle Spin-off accademiche a livello europeo, emerge infatti che su 920 spin-off italiane, soltanto l’8,14% sono state oggetto di operazioni societarie, mentre non si può dire lo stesso per il Regno Unito dove su un campione di 1048 spin-off, il 97% delle imprese è stato oggetto di accordi commerciali. In altre parole, le ASO inglesi risultano molto “più appetibili” di quelle italiane, ma in questo ha giocato un ruolo importante, come detto prima, anche la normativa di riferimento.

Un caso interessante è quello tedesco dove la promozione degli spin-off universitari non avviene solo a conclusione del percorso di studi, ma in tutte le fasi della formazione accademica. La cultura di impresa è presente in tutti i dipartimenti, nel campus, nell’amministrazione universitaria e vi è una costante disponibilità a riconoscere le opportunità imprenditoriali, ad apprezzarle e metterle in atto. La Germania, da oltre vent’anni finanzia, grazie anche al Fondo Sociale Europeo, il programma EXIST che promuove la cultura delle start-up dentro le Università. Il programma si divide in tre filoni:

1) Promozione della cultura di impresa all’interno delle Università, dove vengono finanziate la creazione di uffici dedicati all’interno dell’amministrazione, centri di competenza, corsi, networking con il territorio.

2) Borse di studio di un anno ed un contributo in denaro per la fondazione di un’impresa (tipicamente imprese ICT). Possono concorrere studenti, laureati, dottorandi, ricercatori.

3) Trasferimento della ricerca alle grandi imprese. Consiste di due fasi: a) sostegno all’attività di sviluppo sino al prototipo, in media con 250 mila euro; b) sino a 180 mila euro per la commercializzazione. Ne usufruiscono in maggioranza imprese bio-medicali e materiali.

Da citare, infine, anche i casi di Olanda e Francia. La prima, che mediante la creazione dell’Academic Startup Competition – iniziativa per la valorizzazione degli spin-off accademici, in cui i vincitori sono scelti in base alle proposte, all’innovazione tecnologica, al potenziale del modello di business, del fatturato ed alla composizione del team – ha fatto emergere come l’elemento della forte collaborazione di realtà istituzionali quali l’Associazione delle Università (VSNU), la Federazione Olandese dei Centri Medici Universitari (NFU), l’Accademia Olandese di Tecnologia e Innovazione (AcTI) e Techleap, determini un contesto utile al potenziamento della creazione delle realtà imprenditoriali ad alto contenuto innovativo.

La Francia, invece, ha recentemente strutturato meccanismi di collaborazione territoriali e nazionali che hanno fatto si che l’ecosistema delle startup accademiche sia cresciuto in maniera quantitativamente rilevante sino a oltre 4.000 aziende create (dati 2016) con un contesto istituzionale ed economico solido a loro favore e, nell’ultimo anno, anche con misure che hanno definito un complesso di norme dedicate a sgravi, detassazioni, incentivi a beneficio delle imprese.

Dimensione italiana e proposte per il rilancio

Guardando all’Italia e considerando la fase di rilancio del suo sistema economico e industriale, quali interventi di policy si potrebbero adottare per rafforzare la realtà delle start-up accademiche?

L’art. 38 del DL Rilancio ha introdotto alcune misure importanti per il rafforzamento dell’ecosistema delle startup innovative, potenziando il Fondo Nazionale Innovazione e permettendo alle persone fisiche una detrazione Irpef del 50% dell’investimento nel capitale sociale di una startup innovativa. Tutte agevolazioni utili, ma in questa fase serve qualcosa in più. Soprattutto per gli spin off universitari.

Innanzitutto, si potrebbe sperimentare un credito d’imposta del 100% (con un tetto di 100 mila euro in tre anni) per quelle imprese che decidono di investire risorse in un progetto di una startup accademica. Tale misura, oltre a finanziare investimenti ad elevato valore aggiunto, avrebbe effetti moltiplicativi molto importanti nel medio e nel lungo periodo incentivando gli Atenei nel trasferimento della ricerca e migliorando la produttività del sistema economico nel suo complesso.

Un secondo intervento potrebbe agire sul matching tra domanda ed offerta di tecnologie e processi innovativi attraverso la formazione dei cosiddetti broker dell’innovazione, figure diffuse a livello internazionale che hanno il compito di identificare tecnologie emergenti ed incentivare partnership tra imprese e ricerca; queste figure sono state introdotte dalla Commissione Europea nel 2010 tramite i Pei (Partenariati europei per l’innovazione) che ne hanno dato una prima definizione relativamente alla promozione del settore agricolo, ma potrebbero estendersi anche a tutti gli altri ambiti.

Un terzo provvedimento potrebbe riguardare una forma di sostegno economico alle spin-off universitarie, finalizzata al finanziamento delle spese per i diritti di proprietà intellettuale (ad esempio creazione di brevetti) in modo da sgravare le neonate realtà imprenditoriali da costi burocratici che potrebbero rivelarsi una barriera disincentivante alla nascita di nuove imprese.

Da ultimo, mettendo in sinergia Università e Centri di ricerca, si potrebbero finanziare la nascita, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno, dei Parchi Scientifici e Tecnologici e servizi connessi, sul modello del friulano Area Science Park, struttura che si occupa di trasferimento tecnologico e valorizzazione dei risultati della ricerca scientifica e che nella sua lunga attività ha interessato circa 2.500 imprese e più di 3.100 operazioni di innovazione.

Accanto alle sei missioni del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, forse quella del rafforzamento strutturale del trasferimento tecnologico è la premessa per uscire dalla pandemia con un sistema di ricerca applicata moderno, in grado di attrarre investimenti e competere nei mercati internazionali.

15 gennaio 2021

 

 

6 01, 2021

Bisogna rompere il tabù dei fondi Ue per cambiare le cattive abitudini dell’Italia

Di |2021-01-06T09:22:15+00:00Gennaio 6th, 2021|Analisi e interventi|

Qualche settimana addietro il direttore de Il Foglio è intervenuto sul modello di governance relativa alla gestione dei fondi della nuova programmazione europea. Claudio Cerasa riassume la questione nello scontro tra due scuole di pensiero. Da un lato quella che nel dibattito per semplificazione viene ricondotta al presidente Conte con una struttura centralizzata che risponde direttamente a Palazzo Chigi, necessaria per scavalcare ministeri e altri livelli decisionali e, attraverso corsie preferenziali, realizzare dei progetti scelti e gestiti in modo apicale. Dall’altro l’impostazione ricondotta invece all’ex presidente del Consiglio Renzi che non prevede di scavalcare nessuna struttura né ministeri (con una cabina centrale solo tecnica e senza poteri reali) ma usare l’occasione dell’ingente mole di risorse in arrivo per obbligare ciascun soggetto/amministrazione a far la propria parte nella gestione.

Continua a leggere l’articolo di Giacomo D’Arrigo, presidente di Erasmo, su Linkiesta Europea

23 12, 2020

Così il Parlamento ha aumentato (e migliorato) il budget tagliato dal Consiglio europeo

Di |2020-12-23T09:58:25+00:00Dicembre 23rd, 2020|Analisi e interventi|

Il bilancio dell’Unione Europea per i prossimi sette anni è stato definitivamente e agevolmente approvato dal Parlamento europeo, dopo il combattuto via libera del Consiglio europeo della scorsa settimana. Per arrivare a questo voto, si è reso necessario un intenso lavoro di trattative fra le due istituzioni, in cui l’Eurocamera ha spinto per alzare i finanziamenti in settori considerati vitali per il futuro dell’UE, dalla ricerca alla sanità pubblica.

Cosa c’è nel pacchetto finale
Il testo sul Quadro finanziario pluriennale (Qfp), concordato con il Consiglio a novembre, è stato approvato (548 sì, 81 no, 66 astenuti). Il presidente del Parlamento europeo David Sassoli lo ha definito «un bilancio storico per un momento storico» e il suo entusiasmo è comprensibile, visto che l’Eurocamera ha portato a casa tutte le sue battaglie più importanti.

Continua a leggere l’articolo di Vincenzo Genovese su Linkiesta Europea

6 12, 2020

Scuola e formazione un’apatia colpevole

Di |2020-12-06T18:50:21+00:00Dicembre 6th, 2020|Analisi e interventi|

Se la scuola fosse un’attività economica, avesse un suo fatturato, l’avremmo trattata certamente meglio. Almeno al pari di altri settori colpiti dal virus. Se le ore perdute di lezione si traducessero in una posta di bilancio aziendale, avessero la stessa importanza di un credito bancario in sofferenza o di una commessa perduta, l’allarme sociale suonerebbe forte. Incessante. Invece non è così pur essendo il nostro Paese quello che nell’Ocse (l’organizzazione dell’economie industriali) ha chiuso le scuole più a lungo (18 settimane contro una media di 14). Dell’ultimo Dpcm (acronimo che speriamo il 2021 si porti via) tutto è parso più importante del ritorno alle lezioni in presenza: dal cenone di Natale, al veglione della notte di San Silvestro, alla vacanza sugli sci.

Continua a leggere l’editoriale di Ferruccio De Bortoli sul Corriere della Sera

3 12, 2020

Morto per Covid Giscard d’Estaing, l’ex presidente della Francia aveva 94 anni

Di |2020-12-03T09:41:25+00:00Dicembre 3rd, 2020|Analisi e interventi|

Valéry Giscard d’Estaing, più giovane presidente della Quinta Repubblica quando venne eletto (nel 1974, a 48 anni), primo capo di Stato francese non gollista, grande europeista, è morto ieri sera all’ospedale di Tours, a 94 anni, «in seguito alle conseguenze del Covid», hanno detto i suoi famigliari alla Agence France Presse. Era stato ricoverato circa due settimane fa per una insufficienza cardiaca, dopo un altro ricovero all’ospedale Georges Pompidou di Parigi a settembre. L’ultima apparizione pubblica era stata nel settembre 2019 in occasione dei funerali di un altro presidente, Jacques Chirac.

Continua a leggere l’articolo di Stefano Montefiori sul Corriere della Sera

30 11, 2020

Il rinnovato protagonismo delle città negli Usa e in Europa

Di |2020-11-30T09:10:43+00:00Novembre 30th, 2020|Analisi e interventi|

Qualche giorno addietro il presidente eletto degli Stati Uniti Joe Biden e la sua vice Kamala Harris hanno incontrato la leadership della “US Conference of Mayors”, la realtà che dal 1932 riunisce i sindaci degli States che siano democratici, repubblicani o indipendenti e che è la voce principale delle città americane. Si è trattato di uno dei primi appuntamenti istituzionali e politici (forse il primo) realizzati dal prossimo inquilino della Casa Bianca anche se non sembra sia stato molto attenzionato nel dibattito pubblico.

Continua a leggere l’articolo del presidente di Erasmo Giacomo D’Arrigo su Huffpost Italia

18 09, 2020

Piani nazionali di Ripresa e Resilienza: gli orientamenti Ue

Di |2020-09-18T13:23:54+00:00Settembre 18th, 2020|Analisi e interventi|

La Commissione europea ha presentato le indicazioni che gli Stati Ue dovranno seguire nella stesura dei piani di Ripresa e Resilienza.

  • Orientamenti per i piani di Ripresa e Resilienza degli Stati Membri

DISCLAIMER
This document is based on the Proposal for a Regulation on the Recovery and Resilience Facility (hereafter ‘the Proposal’) adopted by the Commission on 28 May 2020 and takes into account the conclusions of the European Council of 17-21 July 2020. It takes into account the co-legislators’ latest discussions on the proposal and will therefore be updated when necessary, particularly once the co-legislators reach an agreement on the Regulation. The
document reflects in particular the scope and objectives of the Proposal (Articles 3 and 4), the structure of the recovery and resilience plans (Article 15) and the corresponding assessment criteria in Article 16 and Annex II. The guidance is intended to help Member States prepare and present their recovery and resilience plans in a coherent way and is without prejudice to the ongoing negotiations on the Proposal in the European Parliament and the Council.

Continua a leggere il documento in forma integrale a questo link

  • Progetto di modello per i piani di Ripresa e Resilienza 

DISCLAIMER
This template is to be taken as the structure for Member States to draft their recovery and resilience plans. The template should be read in line with the accompanying guidance, which contains further instructions and is subject to change depending on the outcome of the legislative process on the Regulation on the Recovery and Resilience Facility

Continua a leggere il documento in forma integrale a questo link 

16 09, 2020

Ursula von der Leyen: “Ci attendono sfide importanti, ma siamo pronti”

Di |2020-09-16T15:30:55+00:00Settembre 16th, 2020|Analisi e interventi|

Di seguito, in versione integrale e in italiano il discorso della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen sullo Stato dell’Unione, tenuto dinnanzi al Parlamento Ue in seduta plenaria:

Signor Presidente, Signore e signori deputati,

Una delle menti più coraggiose del nostro tempo, Andrei Sakharov – un uomo così ammirato da questo Parlamento – ha sempre parlato della sua incrollabile fede nella forza nascosta dello spirito umano. Negli ultimi sei mesi gli europei hanno dimostrato tutta questa forza.

Lo abbiamo visto con gli infermieri che si sono trasferiti in case di cura per occuparsi dei malati e degli anziani. Con i medici e gli infermieri che sono diventati familiari per i malati giunti all’ultimo respiro. Con tutti i lavoratori in prima linea che giorno e notte, settimana dopo settimana, si sono presi dei rischi per tutti noi.
La loro empatia, coraggio e senso del dovere ci ispirano. E vorrei iniziare questo discorso rendendo loro omaggio. Le loro storie rivelano anche molto sullo stato del nostro mondo e sullo stato della nostra Unione. Mostrano il potere dell’umanità e il senso del lutto che vivrà a lungo nella nostra società. E ci fanno vedere la fragilità che ci circonda. Un virus mille volte più piccolo di un granello di sabbia ha rivelato quanto possa essere delicata la vita. Ha messo a nudo le tensioni sui nostri sistemi sanitari e i limiti di un modello che valorizza la ricchezza al di sopra del benessere. Ha messo più a fuoco la fragilità del Pianeta che vediamo ogni giorno attraverso lo scioglimento dei ghiacciai, le foreste in fiamme e ora attraverso le pandemie globali. Ha cambiato il modo in cui ci comportiamo e comunichiamo, facendoci tenere le braccia a debita distanza, e i nostri volti dietro le maschere.

Ci ha mostrato quanto sia davvero fragile la nostra comunità di valori e quanto velocemente possa essere messa in discussione in tutto il mondo e anche qui nella nostra Unione. Ma le persone vogliono uscire da questa crisi del coronavirus, da questa fragilità, dall’incertezza. Sono pronti per il cambiamento e sono pronti ad andare avanti.

E questo è il momento per l’Europa.

È il momento per l’Europa di aprire la strada da questa fragilità verso una nuova vitalità. Ed è di questo che voglio parlare oggi. Gli europei hanno scoperto quali valori li uniscono.

Onorevoli deputati,

Dico questo perché negli ultimi mesi abbiamo riscoperto il valore di ciò che abbiamo in comune. Come individui, abbiamo tutti sacrificato una parte della nostra libertà personale per la sicurezza degli altri. E come Unione, abbiamo tutti condiviso una parte della nostra sovranità per il bene comune. Abbiamo trasformato la paura e la divisione tra gli Stati membri in fiducia nella nostra Unione. Abbiamo mostrato cosa è possibile quando ci fidiamo l’uno dell’altro e delle nostre istituzioni europee. E con tutto ciò, scegliamo non solo di “riparare e recuperare” per il qui e ora, ma di plasmare un modo migliore di vivere per il mondo di domani.

Questo è il NextGenerationEU.

Questa è la nostra opportunità per far sì che il cambiamento avvenga in base alla progettazione, non con un disastro o per il diktat di altri Paesi del mondo. Per emergere più forti creando opportunità per il mondo di domani e non solo costruendo contingenze per il mondo di ieri. Abbiamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno per farlo accadere. Ci siamo scrollati di dosso le vecchie scuse e le comodità domestiche che ci hanno sempre trattenuto. Abbiamo la visione, abbiamo il piano, abbiamo l’investimento. Adesso è il momento di mettersi al lavoro. Questa mattina ho inviato una lettera di intenti al presidente del Parlamento europeo David Sassoli e alla Cancelliera Angela Merkel – a nome della presidenza tedesca del Consiglio Ue – in cui delineo i piani della Commissione per l’anno a venire.

Cosa dovrà fare l’Unione europea nei prossimi dodici mesi
Oggi non presenterò qui tutte le iniziative, ma vorrei soffermarmi su ciò su cosa dovrà concentrarsi la nostra Unione nei prossimi dodici mesi.

Onorevoli membri,

I cittadini europei stanno ancora soffrendo.

È un periodo di profonda ansia per milioni di persone preoccupate per la salute delle loro famiglie, per il futuro del loro lavoro o semplicemente per arrivare alla fine del mese. La pandemia – e l’incertezza che ne consegue – non sono finite. E la ripresa è ancora nella sua fase iniziale. Quindi la nostra prima priorità è aiutarci a vicenda. Essere lì per chi ne ha bisogno. E grazie alla nostra straordinaria economia sociale di mercato, l’Europa può fare proprio questo. È soprattutto un’economia umana che ci protegge dai grandi rischi della vita: malattia, sfortuna, disoccupazione o povertà. Offre stabilità e ci aiuta ad assorbire meglio gli urti. Crea opportunità e prosperità promuovendo innovazione, crescita e concorrenza leale. Mai prima d’ora quella promessa duratura di protezione, stabilità e opportunità è stata più importante di quanto lo sia oggi. Permettetemi di spiegare perché.

Cosa ha fatto la Commissione europea durante la pandemia
Primo, l’Europa deve continuare a proteggere vite e garantire mezzi di sostentamento. Ciò è tanto più importante nel mezzo di una pandemia che (ancora) non è calata nella sua intensità. Sappiamo quanto velocemente i numeri possano sfuggire al controllo. Quindi dobbiamo continuare a gestire questa pandemia con estrema cura, responsabilità e unità.
Negli ultimi sei mesi, i nostri sistemi sanitari e i nostri lavoratori hanno prodotto dei miracoli. Ogni paese ha lavorato per fare del suo meglio per i suoi cittadini. E l’Europa ha fatto di più insieme che mai. Quando gli Stati membri hanno chiuso le frontiere, abbiamo creato corsie verdi per le merci.

Quando più di 600.000 cittadini europei sono rimasti bloccati in tutto il mondo, l’UE li ha riportati a casa. Quando alcuni paesi hanno introdotto divieti di esportazione per beni medici critici, li abbiamo fermati e ci siamo assicurati che le forniture mediche critiche potessero andare dove era necessario. Abbiamo collaborato con l’industria europea per aumentare la produzione di maschere, guanti, test e ventilatori. Il nostro meccanismo di protezione civile ha garantito che i medici rumeni potessero curare pazienti in Italia o che la Lettonia potesse inviare maschere ai suoi vicini baltici. E ci siamo riusciti senza avere piene competenze.

Il progetto per creare una Sanità europea
Per me è chiarissimo: dobbiamo costruire un’Unione europea della sanità più forte. E per iniziare a rendere questa cosa una realtà, dobbiamo trarre ora i primi insegnamenti dalla crisi sanitaria. Dobbiamo rendere il nostro nuovo programma EU4Health durevole nel tempo.
Questo è il motivo per cui avevo proposto di aumentare i finanziamenti (al progetto) e sono grata che questo Parlamento sia pronto a lottare per maggiori finanziamenti e porre rimedio ai tagli operati dal Consiglio europeo. Dobbiamo rafforzare la nostra preparazione alle crisi e la gestione delle minacce sanitarie transfrontaliere. Come primo passo, proporremo di rafforzare e responsabilizzare l’Agenzia europea per i medicinali e l’ECDC, il nostro centro per la prevenzione e il controllo delle malattie. Come secondo passo, costruiremo una BARDA europea, un’agenzia per la ricerca e lo sviluppo avanzato biomedico. Questa nuova agenzia sosterrà la nostra capacità e disponibilità a rispondere alle minacce e alle emergenze transfrontaliere, sia di origine naturale che intenzionale. Abbiamo bisogno di scorte strategiche per affrontare le dipendenze della catena di approvvigionamento, in particolare per i prodotti farmaceutici. Come terzo passo, è più chiaro che mai che dobbiamo discutere la questione delle competenze sanitarie. E penso che questo sia un compito nobile e urgente per la Conferenza sul futuro dell’Europa. E poiché questa è una crisi globale, dobbiamo imparare le lezioni globali. Per questo motivo, insieme al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e alla Presidenza italiana del G20, convocherò il prossimo anno in Italia un Vertice mondiale sulla salute. Questo dimostrerà agli europei che la nostra Unione è lì per proteggere tutti.

E questo è esattamente quello che abbiamo fatto quando si è trattato dei lavoratori. Quando sono entrata in carica, ho promesso di creare uno strumento per proteggere i lavoratori e le imprese da shock esterni. Perché sapevo dalla mia esperienza come ministro del Lavoro e degli affari sociali che questi programmi funzionano. Mantengono le persone al lavoro, le competenze nelle aziende e le Piccole e medie imprese negli affari. Queste PMI sono il motore della nostra economia e saranno il motore della nostra ripresa. Questo è il motivo per cui la Commissione ha creato il programma SURE. E voglio ringraziare quest’Aula per averci lavorato a tempo di record. Se l’Europa ha finora evitato la disoccupazione di massa osservata altrove, è grazie in gran parte al fatto che circa 40 milioni di persone hanno presentato domanda per programmi di lavoro a tempo ridotto. Questa velocità e unità di intenti significa che 16 paesi riceveranno presto quasi 90 miliardi di euro da SURE per sostenere i lavoratori e le aziende.

Dalla Lituania alla Spagna, darà tranquillità alle famiglie che hanno bisogno di quel reddito per mettere in tavola il cibo o per pagare l’affitto. E aiuterà a proteggere milioni di posti di lavoro, redditi e aziende in tutta la nostra Unione. Questa è la vera solidarietà europea in azione. E riflette il fatto che nella nostra Unione la dignità del lavoro deve essere sacra. Ma la verità è che per troppe persone il lavoro non paga più (come un tempo). Il dumping dei salari distrugge la dignità del lavoro, penalizza l’imprenditore che paga salari dignitosi e distorce la concorrenza leale nel mercato unico. Questo è il motivo per cui la Commissione presenterà una proposta giuridica per sostenere gli Stati membri nella creazione di un quadro per i salari minimi. Tutti devono avere accesso al salario minimo tramite contratti collettivi o salari minimi legali.

Sono una forte sostenitrice della contrattazione collettiva, (per questo) la proposta rispetterà pienamente le competenze e le tradizioni nazionali. Abbiamo visto in molti Stati membri come un salario minimo ben negoziato garantisca posti di lavoro e crei equità, sia per i lavoratori che per le aziende che li apprezzano davvero. Il salario minimo funziona – ed è ora che il lavoro venga pagato. La seconda promessa riguarda l’economia sociale di mercato è quella della stabilità. L’Unione europea e i suoi Stati membri hanno risposto a una crisi senza precedenti fornendo a loro volta una risposta senza precedenti. Hanno dimostrato di essere uniti e all’altezza del compito, l’Europa ha fornito la stabilità di cui le nostre economie avevano bisogno.

La Commissione ha immediatamente attivato la clausola di salvaguardia generale per la prima volta nella nostra storia. Abbiamo “flessibilizzato” i nostri fondi europei e le norme sugli aiuti di Stato. Abbiamo dato autorizzazione a oltre 3 trilioni di euro a sostegno di aziende e industria: dai pescatori in Croazia e agricoltori in Grecia, alle Piccole e medie imprese in Italia e ai liberi professionisti in Danimarca. La Banca centrale europea ha intrapreso un’azione decisiva attraverso il suo programma PEPP. La Commissione ha proposto il piano NextGenerationEU e un bilancio comunitario rinnovato a tempo di record, combinando investimenti con riforme necessarie. Il Consiglio europeo lo ha approvato a tempo di record e questa Assemblea si sta adoperando per votarla con la massima rapidità.

Per la prima volta – e per (questi) tempi eccezionali – l’Europa ha messo in atto i propri strumenti comuni per integrare gli stabilizzatori di bilancio nazionali. Questo è un momento straordinario di unità per la nostra Unione. Questo è un risultato di cui dovremmo essere orgogliosi. Adesso è il momento di tenere la nostra rotta. Abbiamo visto tutti (cosa ci dicono) le previsioni. Possiamo aspettarci che le nostre economie riprendano a muoversi dopo un calo del 12% del PIL nel secondo trimestre. Ma man mano che il virus persiste, aumenta anche l’incertezza, qui in Europa e nel mondo. Quindi questo non è sicuramente il momento di ritirare il nostro supporto.

Le nostre economie necessitano di un sostegno politico continuo e sarà necessario raggiungere un delicato equilibrio tra il fornire sostegno finanziario e garantire la sostenibilità fiscale. A lungo termine non c’è modo migliore per la stabilità e la competitività che attraverso un’Unione economica e monetaria più forte. La fiducia nell’euro non è mai stata così forte. Lo storico accordo su NextGenerationEU mostra il sostegno politico che ha (in questo momento). Dobbiamo ora sfruttare questa opportunità per realizzare riforme strutturali nelle nostre economie e completare l’Unione dei mercati dei capitali e l’Unione bancaria. Mercati dei capitali profondi e “liquidi” (nel senso di disponibilità finanziaria, ndr) sono essenziali per dare alle imprese l’accesso ai finanziamenti di cui hanno bisogno per crescere e investire nella ripresa e nel futuro. E sono anche un prerequisito per rafforzare ulteriormente il ruolo internazionale dell’euro. Allora mettiamoci al lavoro e finalmente portiamo a termine questo progetto generazionale.

Onorevoli deputati, la terza promessa duratura è la promessa di opportunità.

La pandemia ci ha ricordato molte cose che potremmo aver dimenticato o dato per scontate. Ci è stato ricordato quanto siano collegate le nostre economie e quanto sia fondamentale un mercato unico pienamente funzionante per la nostra prosperità e (per) il modo in cui facciamo le cose. Il mercato unico è sinonimo di opportunità: per un consumatore (è la possibilità) di ottenere un buon rapporto qualità-prezzo, per un’azienda di vendere ovunque in Europa e per l’industria di promuovere la sua competitività globale. E per tutti noi, si tratta dell’opportunità di sfruttare al massimo le libertà che amiamo come europei. Fornisce alle nostre aziende le dimensioni di cui hanno bisogno per prosperare ed è un rifugio sicuro per loro in tempi di difficoltà. Ci affidiamo ogni giorno per semplificarci la vita ed è fondamentale per gestire la crisi e recuperare le forze. Diamo una spinta.

Dobbiamo abbattere le barriere del mercato unico. Dobbiamo ridurre la burocrazia. Dobbiamo intensificare l’attuazione e l’applicazione (delle regole europee). E dobbiamo ripristinare le quattro libertà – in modo completo e il più rapidamente possibile. Il fulcro di tutto ciò è uno spazio Schengen di libera circolazione pienamente funzionante. Lavoreremo con il Parlamento e gli Stati membri per portare questo aspetto in cima alla nostra agenda politica e proporremo una nuova strategia per il futuro di Schengen.

Sulla base di questo forte mercato interno, l’industria europea ha da tempo alimentato la nostra economia, fornendo una vita stabile a milioni di persone e creando i centri sociali attorno ai quali sono costruite le nostre comunità. Abbiamo presentato la nostra nuova strategia di settore a marzo per garantire che l’industria potesse guidare la doppia transizione verde e digitale. Gli ultimi sei mesi hanno solo accelerato questa trasformazione, in un momento in cui il panorama competitivo globale sta cambiando radicalmente. Questo è il motivo per cui aggiorneremo la nostra strategia di settore nella prima metà del prossimo anno e adatteremo il nostro quadro di concorrenza che dovrebbe tenere il passo.

Onorevoli deputati,

Tutto ciò farà sì che l’Europa si rimetta in piedi. Ma mentre ce la caviamo insieme, dobbiamo anche spingerci in avanti verso il mondo di domani. Non c’è bisogno di accelerazione più urgente di quando si tratta del futuro del nostro fragile pianeta. Sebbene gran parte dell’attività nel mondo si sia congelata durante i blocchi e gli spegnimenti, il pianeta ha continuato a diventare pericolosamente più caldo. Lo vediamo tutto intorno a noi: dalle case evacuate a causa del crollo del ghiacciaio sul Monte Bianco, agli incendi che bruciano nell’Oregon, ai raccolti distrutti in Romania dalla più grave siccità degli ultimi decenni. Ma abbiamo anche visto la natura tornare nelle nostre vite. Desideravamo spazi verdi e aria più pulita per la nostra salute mentale e il nostro benessere fisico. Sappiamo che il cambiamento è necessario e sappiamo anche che è possibile.

Il Green Deal europeo è il nostro modello per realizzare questa trasformazione. Al centro di tutto c’è la nostra missione: diventare il primo continente climaticamente neutro entro il 2050. Ma non ci arriveremo con lo status quo: dobbiamo andare più veloci e fare le cose meglio. Abbiamo esaminato in modo approfondito ogni settore per vedere quanto velocemente avremmo potuto andare e come farlo in modo responsabile e basato su prove (scientifiche). (Per questo) abbiamo organizzato un’ampia consultazione pubblica e condotto un’ampia valutazione dell’impatto. Su questa base, la Commissione europea propone di aumentare l’obiettivo per il 2030 di riduzione delle emissioni almeno al 55%.

Riconosco che questo aumento da 40 a 55 è troppo per alcuni e non abbastanza per altri. Ma la nostra valutazione dell’impatto mostra chiaramente che la nostra economia e industria possono farcela E lo vogliono anche loro. Proprio ieri, 170 imprenditori e investitori – dalle PMI ad alcune delle più grandi aziende del mondo – mi hanno scritto invitando l’Europa a fissare un obiettivo di almeno il 55%. La nostra valutazione d’impatto mostra chiaramente che il raggiungimento di questo obiettivo metterebbe l’Unione europea sulla buona strada per la neutralità climatica entro il 2050 e per soddisfare i nostri obblighi dell’accordo di Parigi. Se altri seguiranno il nostro esempio, il mondo sarà in grado di mantenere il riscaldamento al di sotto di 1,5 gradi Celsius.

Sono pienamente consapevole che molti dei nostri partner sono lontani da questo (obiettivo) e tornerò più in là sul meccanismo di adeguamento delle frontiere del carbonio. Ma per noi l’obiettivo per il 2030 è ambizioso, realizzabile e vantaggioso per l’Europa. Possiamo farlo. Abbiamo già dimostrato di poterlo fare. Mentre le emissioni sono diminuite del 25% dal 1990, la nostra economia è cresciuta di oltre il 60%. La differenza è che ora abbiamo più tecnologia, più esperienza e più investimenti. E stiamo già intraprendendo un’economia circolare con una produzione carbon neutral.

Abbiamo più giovani che spingono per il cambiamento. Abbiamo più prove che ciò che è positivo per il clima è positivo per gli affari e va bene per tutti noi. E abbiamo la solenne promessa di non lasciare indietro nessuno in questa trasformazione. Con il nostro Fondo per una transizione giusta sosterremo le regioni che hanno un cambiamento più grande e più costoso da apportare. Abbiamo tutto. Ora è nostra responsabilità implementare tutto e farlo accadere.

Onorevoli deputati,
Il raggiungimento di questo nuovo obiettivo ridurrà la nostra dipendenza dalle importazioni di energia, creerà milioni di posti di lavoro in più e più che dimezzerà l’inquinamento atmosferico. Per arrivarci, dobbiamo iniziare adesso. Entro la prossima estate, rivedremo tutta la nostra legislazione su clima ed energia per renderla “adatta a 55”. Miglioreremo lo scambio di quote di emissioni, stimoleremo le energie rinnovabili, miglioreremo l’efficienza energetica, riformeremo la tassazione dell’energia. Ma la missione del Green Deal europeo implica molto di più che la riduzione delle emissioni.

Si tratta di modernizzare sistematicamente la nostra economia, società e industria. Si tratta di costruire un mondo più forte in cui vivere. I nostri attuali livelli di consumo di materie prime, energia, acqua, cibo e uso del suolo non sono sostenibili. Dobbiamo cambiare il modo in cui trattiamo la natura, come produciamo e consumiamo, viviamo e lavoriamo, mangiamo e riscaldiamo, viaggiamo e trasportiamo. Quindi affronteremo tutto, dalle sostanze chimiche pericolose alla deforestazione all’inquinamento. Questo è un piano per una vera ripresa. È un piano di investimenti per l’Europa. Ed è qui che NextGenerationEU farà davvero la differenza. In primo luogo, il 37% di NextGenerationEU sarà speso direttamente per i nostri obiettivi del Green Deal europeo e mi assicurerò che porti anche i finanziamenti verdi al livello successivo.

Siamo leader mondiali nella finanza verde e il più grande emittente di obbligazioni green a livello mondiale. Stiamo aprendo la strada allo sviluppo di uno standard affidabile dei Green Bond dell’UE. E oggi posso annunciare che fisseremo un obiettivo del 30% dei 750 miliardi di euro di NextGenerationEU da raccogliere tramite obbligazioni verdi. In secondo luogo, il NextGenerationEU dovrebbe investire in progetti “faro” europei con il maggiore impatto: idrogeno, rinnovamento e 1 milione di punti di ricarica elettrica.

Permettetemi di spiegare come potrebbe funzionare: due settimane fa in Svezia, ha iniziato le operazioni di prova un progetto pilota per la produzione di un acciaio privo di fossili  Sostituirà il carbone con l’idrogeno per produrre acciaio pulito. Ciò mostra il potenziale dell’idrogeno per supportare il nostro settore con una nuova licenza “pulita” per operare. Voglio che il NextGenerationEU crei nuove valli europee dell’idrogeno per modernizzare le nostre industrie, alimentare i nostri veicoli e portare nuova vita alle aree rurali.

Il secondo esempio sono gli edifici in cui viviamo e lavoriamo. I nostri edici generano il 40% delle nostre emissioni. Devono diventare meno dispendiosi, meno costosi e più sostenibili. Sappiamo che il settore delle costruzioni può anche essere trasformato da una fonte di carbonio in un pozzo di carbonio, se vengono applicati materiali da costruzione organici come il legno e tecnologie intelligenti come l’Intelligenza artificiale. Voglio che il NextGenerationEU dia il via a un’ondata di rinnovamento europeo e renda la nostra Unione europea leader nell’economia circolare. Ma questo non è solo un progetto ambientale o economico: deve essere un nuovo progetto culturale per l’Europa. Ogni movimento ha una sua estetica. E dobbiamo dare al nostro cambiamento sistemico una propria estetica distinta, per abbinare lo stile alla sostenibilità. Questo è il motivo per cui creeremo un nuovo “Bauhaus” (stile architettonico, ndr) europeo, uno spazio di co-creazione in cui architetti, artisti, studenti, ingegneri, designer lavorano insieme per realizzare questo obiettivo.

Questo è il NextGenerationEU. Questo (piano) sta plasmando il mondo in cui vogliamo vivere. Un mondo servito da un’economia che riduce le emissioni, aumenta la competitività, riduce la povertà energetica, crea posti di lavoro gratificanti e migliora la qualità della vita.  Un mondo in cui utilizziamo le tecnologie digitali per costruire una società più sana e più verde. Questo può essere raggiunto solo se lo facciamo tutti insieme e insisterò sul fatto che i piani di ripresa non solo ci facciano uscire dalla crisi, ma ci aiutino anche a spingere l’Europa verso il mondo di domani. Cari membri del Parlamento, immaginiamo per un momento questa pandemia senza il digitale. La quarantena: completamente isolati dalla famiglia e dalla comunità; tagliati fuori dal mondo del lavoro; con enormi problemi di approvvigionamento. Dev’essere stato così 100 anni fa, durante l’ultima pandemia.

Un secolo dopo, la tecnologia moderna consente ai giovani di imparare a distanza, e a milioni di persone di lavorare da casa. Consente alle aziende di mantenere in funzione la produzione e di vendere i propri prodotti, e consente alle pubbliche amministrazioni di fornire servizi importanti ai cittadini nonostante la distanza. Abbiamo raggiunto più innovazione e trasformazione digitale in poche settimane che negli ultimi anni. Stiamo allargando i confini di quel che si può fare. E questa accelerazione digitale è appena iniziata. Il prossimo decennio deve essere il “decennio digitale” dell’Europa. E abbiamo bisogno di un piano comune per l’Europa digitale con obiettivi definiti da raggiungere entro il 2030, anche nei settori della connettività, delle competenze digitali e della pubblica amministrazione.

E con principi chiari: il diritto alla privacy e all’accesso, la libertà di espressione, la libera circolazione dei dati e la sicurezza informatica. Per raggiungere questo obiettivo l’Europa deve avere un ruolo di guida già da adesso o dovrà seguire a lungo gli altri che stabiliscono gli standard per noi. Dobbiamo quindi agire rapidamente. Ci sono tre aree su cui penso dobbiamo concentrarci. Primo, i dati. Quando si parla di dati personali, business to consumer, l’Europa è stata troppo lenta e ora è dipendente dagli altri. Questo non dovrebbe accadere a noi con i dati industriali. Ed ecco la buona notizia: l’Europa è in prima linea in questo – abbiamo la tecnologia e, soprattutto, abbiamo l’industria. Ma la gara non è ancora vinta. La quantità di dati industriali nel mondo quadruplicherà nei prossimi cinque anni, così come le opportunità che ne derivano. Ora dobbiamo dare alle nostre aziende, medie imprese, start-up e ricercatori l’opportunità di attingere a risorse illimitate. I dati industriali valgono oro quando si tratta di sviluppare nuovi prodotti e servizi. La realtà è che l’80% dei dati industriali viene raccolto e mai utilizzato. Questo è uno spreco. Una vera economia dei dati, d’altro canto, sarebbe un potente motore per l’innovazione e nuovi posti di lavoro. Ed è per questo che dobbiamo proteggere questi dati per l’Europa e renderli ampiamente accessibili.

Per questo abbiamo bisogno di data room condivise, ad esempio nel settore energetico o sanitario. Ciò rafforzerebbe i cluster di innovazione in cui università, aziende e istituti di ricerca possono accedere in modo sicuro ai dati e lavorare insieme. Questo è il motivo per cui costruiremo un cloud europeo nell’ambito del NextGenerationEU, basato su Gaia-X. La seconda area su cui dobbiamo concentrarci è la tecnologia, e in particolare sull’intelligenza artificiale. Che si tratti di coltivazione di precisione in agricoltura, diagnosi mediche accurate o guida autonoma sicura, l’intelligenza artificiale ci aprirà mondi, ma anche questi mondi hanno bisogno di regole. In Europa vogliamo una serie di regole che mettano le persone al primo posto.

Gli algoritmi non devono essere una scatola nera e devono esserci regole chiare se qualcosa va storto. La commissione proporrà una legge a riguardo, il prossimo anno. Ciò include anche il controllo sui nostri dati personali, che oggi troppo spesso ci sfugge. Ogni volta che un sito web ci chiede di creare una nuova identità digitale o di accedere comodamente su una grande piattaforma, non abbiamo davvero idea di cosa stia succedendo ai nostri dati. Per questo motivo, la Commissione proporrà presto un’identità digitale europea sicura.

Una di cui ci fidiamo e che i cittadini di tutta Europa possono utilizzare per fare di tutto, dal pagamento delle tasse al noleggio di biciclette. Una tecnologia in cui possiamo controllare noi stessi quali dati vengono scambiati e come vengono utilizzati. Il terzo punto è l’infrastruttura. Le connessioni dati devono stare al passo dei nostri ritmi di vita. Se ci impegniamo per un’Europa con pari opportunità di partenza, non può essere che il 40% delle persone nelle zone rurali sia ancora senza accesso a connessioni a banda larga ad alta velocità. Le connessioni a banda larga sono il prerequisito per l’home office, lo studio da casa, lo shopping online e nuovi importanti servizi ogni giorno. E oggi è quasi impossibile costruire un’azienda o gestirla in modo efficiente senza connessioni a banda larga. I dati rapidi sono il prerequisito e un’enorme opportunità per il rilancio delle aree rurali. Solo così potranno realizzare il loro pieno potenziale e attirare nuovamente persone e investimenti.

La spinta agli investimenti attraverso NextGenerationEU è un’opportunità unica per spingere l’espansione ovunque. Questo è il motivo per cui vogliamo concentrare i nostri piani di costruzione sulla connettività sicura, sull’espansione di 5G, 6G e fibra ottica. NextGenerationEU è anche un’opportunità unica per sviluppare un approccio europeo comune alla connettività e all’espansione dell’infrastruttura digitale. Tutto ciò non è fine a se stesso: riguarda la sovranità digitale dell’Europa, su piccola e su grande scala. Con questo in mente, sono lieta di poter annunciare un investimento di 8 miliardi di euro per la prossima generazione di supercomputer: tecnologia all’avanguardia made in Europe!

E vogliamo che l’industria europea sviluppi il proprio microprocessore di nuova generazione che ci consentirà di utilizzare le crescenti quantità di dati in modo sicuro ed efficiente dal punto di vista energetico.
Per me, tutto questo fa parte del “Decennio digitale”! Cari membri del Parlamento, se l’Europa sta ora accelerando il passo, dobbiamo soprattutto mettere da parte la nostra esitazione. Si tratta di dare all’Europa un maggiore controllo sul proprio futuro. Abbiamo tutto ciò che serve per realizzarlo.

Anche il settore privato sta aspettando con urgenza il nostro piano. Non c’è mai stato momento migliore per investire in società tecnologiche europee che stanno costruendo nuovi cluster digitali in tutto il mondo, da Sofia a Lisbona a Katowice. Abbiamo le persone, le idee e il potere di investimento per avere successo come Unione europea. Ecco perché investiremo il 20 percento del NextGenerationEU nel digitale. Vogliamo intraprendere il percorso europeo nell’era digitale – basato sui nostri valori, i nostri punti di forza e le nostre ambizioni globali.

Onorevoli deputati,

L’Europa è determinata a utilizzare questa transizione per costruire il mondo in cui vogliamo vivere. E questo ovviamente si estende ben oltre i nostri confini. La pandemia ha dimostrato simultaneamente sia la fragilità del sistema globale sia l’importanza della cooperazione per affrontare le sfide collettive. Di fronte alla crisi, alcuni in tutto il mondo scelgono di ritirarsi in isolamento. Altri destabilizzano attivamente il sistema. L’Europa sceglie di tendere la mano. La nostra leadership non riguarda la propaganda egoistica. Non si tratta di Europe First. Si tratta di essere i primi a rispondere seriamente alla chiamata quando è importante. Durante la pandemia, aerei europei che consegnavano migliaia di tonnellate di equipaggiamento protettivo sono atterrati ovunque, dal Sudan all’Afghanistan, dalla Somalia al Venezuela.

Nessuno di noi sarà al sicuro finché tutti noi non saremo al sicuro, ovunque viviamo, qualunque cosa abbiamo. Un vaccino accessibile, economico e sicuro è il modo più promettente al mondo per farlo. All’inizio della pandemia, non c’erano finanziamenti, nessun quadro globale per un vaccino COVID – solo la fretta di essere il primo a ottenerne uno. Questo è il momento in cui l’UE si è fatta avanti per guidare la risposta globale. Con la società civile, il G20, l’OMS e altri abbiamo riunito più di 40 paesi per raccogliere 16 miliardi di euro per finanziare la ricerca su vaccini, test e trattamenti per il mondo intero. Questo è il potere di convocazione ineguagliabile dell’UE in azione.

Ma non basta trovare un vaccino. Dobbiamo assicurarci che i cittadini europei e quelli di tutto il mondo vi abbiano accesso. Proprio questo mese, l’UE si è unita alla struttura globale COVAX e ha contribuito con 400 milioni di euro per garantire che i vaccini sicuri siano disponibili non solo per coloro che possono permetterseli, ma per tutti coloro che ne hanno bisogno. Il nazionalismo vaccinale mette a rischio vite umane. La cooperazione sui vaccini li salva.

Onorevoli deputati,

Crediamo fermamente nella forza e nel valore della cooperazione negli organismi internazionali È con le Nazioni Unite forti che possiamo trovare soluzioni a lungo termine per crisi come quella in Libia o in Siria. È con una forte Organizzazione Mondiale della Sanità che possiamo prepararci e rispondere meglio alle pandemie globali o alle epidemie locali, che si tratti di Coronavirus o Ebola. Ed è con una forte Organizzazione mondiale del commercio che possiamo garantire una concorrenza leale per tutti. Ma la verità è anche che la necessità di rivitalizzare e riformare il sistema multilaterale non è mai stata così urgente. Il nostro sistema globale è diventato una paralisi strisciante. Le maggiori potenze o si ritirano dalle istituzioni o le prendono in ostaggio per i propri interessi. Nessuna strada ci porterà da nessuna parte. Sì, vogliamo il cambiamento. Ma il cambiamento attraverso un progetto, non attraverso la distruzione. Ed è per questo che voglio che l’UE guidi le riforme dell’OMC e dell’OMS in modo che siano adatte al mondo di oggi. Ma sappiamo che le riforme multilaterali richiedono tempo e nel frattempo il mondo non si fermerà. Senza alcun dubbio, vi è un’evidente necessità che l’Europa prenda posizioni chiare e agisca rapidamente sugli affari globali.

Due giorni fa si è svolto l’ultimo incontro dei leader UE-Cina.

Il rapporto tra l’Unione europea e la Cina è allo stesso tempo uno dei più strategicamente importanti e uno dei più impegnativi che abbiamo. Fin dall’inizio ho detto che la Cina è un partner negoziale, un concorrente economico e un rivale sistemico. Abbiamo interessi in comune su questioni come il cambiamento climatico e la Cina ha dimostrato di essere disposta a impegnarsi attraverso un dialogo ad alto livello. Ma ci aspettiamo che la Cina mantenga i suoi impegni nell’accordo di Parigi e dia l’esempio. C’è ancora molto lavoro da fare per garantire un accesso equo al mercato per le aziende europee, reciprocità e sovracapacità. Continuiamo ad avere una partnership commerciale e di investimento squilibrata. E non c’è dubbio che promuoviamo sistemi di governance e società molto diversi. Crediamo nel valore universale della democrazia e dei diritti dell’individuo.

L’Europa non è priva di problemi – si pensi ad esempio all’antisemitismo. Ma ne discutiamo pubblicamente. Le critiche e le opposizioni non solo sono accettate, ma sono legalmente protette. Quindi dobbiamo sempre denunciare le violazioni dei diritti umani ogni volta e ovunque si verifichino, sia a Hong Kong che con gli uiguri. Ma cosa ci trattiene? Perché anche semplici dichiarazioni sui valori dell’UE vengono ritardate, annacquate o tenute in ostaggio per altri motivi? Quando gli Stati membri dicono che l’Europa è troppo lenta, dico loro di essere coraggiosi e finalmente (propongo) di passare al voto a maggioranza qualificata, almeno per quanto riguarda i diritti umani e l’attuazione delle sanzioni. Quest’Aula ha chiesto molte volte un Magnitsky Act (legge Usa che ha istituito una “lista nera” di ufficiali russi coinvolti in un omicidio sospetto, ndr) e comunque in violazioni dei diritti umani e posso annunciare che ora presenteremo una proposta. Dobbiamo completare la nostra cassetta degli attrezzi.

Onorevoli deputati,
Che si tratti di Hong Kong, Mosca o Minsk: l’Europa deve assumere una posizione chiara e rapida.

Voglio dirlo forte e chiaro: l’Unione europea è dalla parte del popolo bielorusso. Siamo stati tutti commossi dall’immenso coraggio di coloro che si riuniscono pacificamente in Piazza Indipendenza o prendono parte alla marcia delle donne senza paura. Le elezioni che li hanno portati in piazza non sono state né libere né eque. E da allora la brutale risposta del governo è stata vergognosa. Il popolo bielorusso deve essere libero di decidere da solo il proprio futuro. Non sono pezzi sulla scacchiera di qualcun altro. A coloro che sostengono legami più stretti con la Russia, dico che l’avvelenamento di Alexei Navalny con un agente chimico avanzato non è (una azione) una tantum. Abbiamo visto lo (stesso) schema in Georgia e Ucraina, Siria e Salisbury e nell’ingerenza elettorale in tutto il mondo. Questo modello non sta cambiando e nessuna pipeline (il riferimento è al Nord Stream 2 in costruzione in Germania) lo cambierà.

La Turchia è e sarà sempre un vicino importante. Ma mentre siamo vicini sulla mappa, la distanza tra di noi sembra aumentare. Sì, la Turchia è in un area regionale travagliata. E sì, ospita milioni di rifugiati, per i quali li sosteniamo con finanziamenti considerevoli. Ma niente di tutto questo è una giustificazione per i tentativi di intimidire i suoi vicini. I nostri Stati membri, Cipro e Grecia, possono sempre contare sulla piena solidarietà dell’Europa per proteggere i loro legittimi diritti di sovranità. La riduzione dell’escalation nel Mediterraneo orientale è nel nostro reciproco interesse. Il ritorno di navi esplorative nei porti turchi negli ultimi giorni è un passo positivo in questa direzione. Ciò è necessario per creare lo spazio tanto necessario per il dialogo. Astenersi da azioni unilaterali e riprendere i colloqui in genuina buona fede è l’unica strada da percorrere. L’unico percorso verso stabilità e soluzioni durature.


Oltre a rispondere in modo più deciso agli eventi globali, l’Europa deve approfondire e perfezionare i suoi partenariati con i suoi amici e alleati. E questo inizia con la rivitalizzazione della nostra partnership più duratura.
Potremmo non essere sempre d’accordo con le recenti decisioni della Casa Bianca. Ma apprezzeremo sempre l’alleanza transatlantica, basata su valori e storia condivisi e su un legame indissolubile tra il nostro popolo. Quindi, qualunque cosa accadrà entro la fine dell’anno, siamo pronti a costruire una nuova agenda transatlantica. Per rafforzare la nostra partnership bilaterale, che si tratti di commercio, tecnologia o tassazione.

Siamo pronti a lavorare insieme per riformare il sistema internazionale che abbiamo costruito insieme, insieme a partner che la pensano allo stesso modo. Per i nostri interessi e per il bene comune. Abbiamo bisogno di nuovi inizi con vecchi amici – su entrambe le sponde dell’Atlantico e su entrambe le sponde della Manica. Le scene in questa stessa stanza in cui ci siamo tenuti per mano e ci siamo salutati con Auld Lang Syne hanno detto più di mille parole. Hanno mostrato un affetto per il popolo britannico che non tramonterà mai. Ma ogni giorno che passa le possibilità di un accordo tempestivo iniziano a svanire. I negoziati sono sempre difficili. Ci siamo abituati. La Commissione ha il negoziatore migliore e più esperto per guidarci: Michel Barnier.
Ma i colloqui non sono proseguiti come avremmo voluto. E questo ci lascia pochissimo tempo. Come sempre, quest’Aula sarà la prima a saperlo e avrà l’ultima parola. E posso assicurarvi che continueremo ad aggiornarvi per tutto il tempo, proprio come abbiamo fatto con l’accordo di recesso.

Ci sono voluti tre anni per negoziare quell’accordo e ci abbiamo lavorato incessantemente. Riga per riga, parola per parola. E insieme ci siamo riusciti. Il risultato garantisce i diritti dei nostri cittadini, gli interessi finanziari, l’integrità del mercato unico e, soprattutto, l’accordo del Venerdì santo  L’UE e il Regno Unito hanno concordato congiuntamente che (questo accordo) era il modo migliore e unico per garantire la pace nell’isola d’Irlanda. E su questo non torneremo mai indietro. Questo accordo è stato ratificato da questa Camera (Il Parlamento europeo, ndr) e dalla Camera dei Comuni. Non può essere modificato, ignorato o disatteso unilateralmente. Questa è una questione di legge, fiducia e buona fede.

E non sono solo io a dirlo – vi ricordo le parole di Margaret Thatcher: «Il Regno Unito non infrange i trattati. Sarebbe un male per la Gran Bretagna, un male per i rapporti con il resto del mondo e un male per qualsiasi futuro Trattato sul commercio». Questo era vero allora, ed è vero oggi. La fiducia è il fondamento di qualsiasi partnership forte. E l’Europa sarà sempre pronta a costruire solide partnership con i nostri vicini più stretti.

La decisione di sei mesi fa di aprire i negoziati di adesione con l’Albania e la Macedonia del Nord è stata davvero storica. In effetti, il futuro dell’intera regione è nell’UE. Condividiamo la stessa storia, condividiamo lo stesso destino. I Balcani occidentali fanno parte dell’Europa e non sono uno scalo sulla Via della Seta. Presto presenteremo un pacchetto di ripresa economica per i Balcani occidentali incentrato su una serie di iniziative di investimento regionale. Saremo anche lì per i paesi del partenariato orientale e per i nostri partner nel vicinato meridionale, per contribuire a creare posti di lavoro e rilanciare le loro economie.

Quando sono entrato in carica, ho scelto per il primissimo viaggio fuori dall’Unione Europea, per visitare l’Unione Africana, ed è stata una scelta naturale. È stata una scelta naturale ed è stato un messaggio chiaro, perché non siamo solo vicini, siamo partner naturali. Tre mesi dopo, sono tornato con tutto il mio Collegio per stabilire le nostre priorità per la nostra nuova strategia con l’Africa. È una partnership di pari, in cui entrambe le parti condividono opportunità e responsabilità. L’Africa sarà un partner chiave nella costruzione del mondo in cui vogliamo vivere, che si tratti di clima, digitale o commercio.


Onorevoli deputati,

Continueremo a credere nel commercio aperto ed equo in tutto il mondo. Non come fine a se stesso, ma come un modo per offrire prosperità a casa e promuovere i nostri valori e standard. Più di 600.000 posti di lavoro in Europa sono legati al commercio con il Giappone. E solo il nostro recente accordo con il Vietnam ha contribuito a garantire i diritti storici del lavoro a milioni di lavoratori nel paese. Useremo la nostra forza diplomatica e il nostro potere economico per mediare accordi che fanno la differenza, come la designazione di aree marittime protette in Antartide. Questo sarebbe uno dei più grandi atti di protezione ambientale nella storia. Formeremo coalizioni ambiziose su questioni come l’etica digitale o la lotta alla deforestazione e svilupperemo partnership con tutti i partner che la pensano allo stesso modo, dalle democrazie asiatiche all’Australia, all’Africa, alle Americhe e chiunque voglia aderire. Lavoreremo per una giusta globalizzazione. Ma non possiamo darlo per scontato. Dobbiamo insistere sull’equità e sulla parità di condizioni. E l’Europa andrà avanti, da sola o con i partner che vogliono aderire.

Ad esempio, stiamo lavorando a un meccanismo di adeguamento delle frontiere del carbonio. Il carbonio deve avere il suo prezzo, perché la natura non può più pagare il prezzo. Questo meccanismo di adeguamento delle frontiere del carbonio dovrebbe motivare i produttori stranieri e gli importatori dell’UE a ridurre le loro emissioni di carbonio, assicurando al contempo la parità di condizioni in modo compatibile con l’OMC.

Lo stesso principio si applica alla tassazione digitale. Non risparmieremo alcuno sforzo per raggiungere un accordo nel quadro dell’OCSE e del G20. Ma non ci sono dubbi: se un accordo non dovesse essere all’altezza di un sistema fiscale equo che fornisca entrate sostenibili a lungo termine, l’Europa presenterà una proposta all’inizio del prossimo anno.

Voglio che l’Europa sia un sostenitore globale dell’equità.

Onorevoli deputati,
Se l’Europa vuole svolgere questo ruolo vitale nel mondo, deve anche creare una nuova vitalità al suo interno.
E per andare avanti dobbiamo ora superare le differenze che ci hanno trattenuto. Lo storico accordo su NextGenerationEU dimostra che si può fare. La rapidità con cui abbiamo preso decisioni sulle regole fiscali, sugli aiuti di Stato o su SURE – tutto questo dimostra che si può fare. Facciamolo.

La migrazione è una questione che è stata discussa abbastanza a lungo. La migrazione è sempre stata un dato di fatto per l’Europa – e lo sarà sempre. Nel corso dei secoli ha definito le nostre società, arricchito le nostre culture e plasmato molte delle nostre vite. E sarà sempre così. Come tutti sappiamo, la crisi migratoria del 2015 ha causato molte profonde divisioni tra gli Stati membri, con alcune di quelle cicatrici che si stanno ancora rimarginando. Da allora è stato fatto molto. Ma manca ancora molto.

Se siamo tutti pronti a scendere a compromessi, senza compromettere i nostri principi, possiamo trovare quella soluzione. La prossima settimana la Commissione presenterà il suo nuovo patto sulla migrazione. Adotteremo un approccio umano e umano. Salvare vite in mare non è un optional. E quei paesi che adempiono ai loro doveri legali e morali o sono più esposti di altri, devono poter contare sulla solidarietà di tutta la nostra Unione europea. Garantiremo un collegamento più stretto tra asilo e rimpatrio. Dobbiamo fare una chiara distinzione tra coloro che hanno il diritto di restare e coloro che non lo hanno. Agiremo per combattere i trafficanti, rafforzare le frontiere esterne, approfondire i partenariati esterni e creare percorsi legali. E faremo in modo che le persone che hanno il diritto di rimanere siano integrate e fatte sentire benvenute. Hanno un futuro da costruire e capacità, energia e talento.

Penso a Suadd, l’adolescente rifugiato siriano arrivato in Europa sognando di fare il medico. Nel giro di tre anni ha ricevuto una prestigiosa borsa di studio dal Royal College of Surgeons in Irlanda. Penso ai medici rifugiati libici e somali che hanno offerto le loro capacità mediche nel momento in cui la pandemia ha colpito la Francia. Onorevoli deputati, se pensiamo a ciò che hanno superato e a ciò che hanno ottenuto, dobbiamo semplicemente essere in grado di gestire insieme la questione della migrazione.

Le immagini del campo di Moria sono un doloroso promemoria della necessità che l’Europa si unisca. Tutti devono intervenire qui e assumersi la responsabilità – e la Commissione lo farà. La Commissione sta ora lavorando a un piano per un progetto pilota congiunto con le autorità greche per un nuovo campo a Lesbo. Possiamo assistere con le procedure di asilo e rimpatrio e migliorare significativamente le condizioni dei rifugiati. Ma voglio essere chiara: se facciamo un passo avanti, mi aspetto che anche tutti gli Stati membri si facciano avanti. La migrazione è una sfida europea e tutta l’Europa deve fare la sua parte. Dobbiamo ricostruire la fiducia tra di noi e andare avanti insieme. E questa fiducia è al centro della nostra Unione e del modo in cui facciamo le cose insieme. È ancorata ai nostri valori fondanti, alle nostre democrazie e alla nostra “Comunità di diritto”, come la chiamava Walter Hallstein. Questo non è una espressione astratta.

Lo Stato di diritto aiuta a proteggere le persone dal governo dei potenti. È il garante dei nostri diritti e delle nostre libertà più basilari di tutti i giorni. Ci permette di esprimere la nostra opinione ed essere informati da una stampa libera. Entro la fine del mese, la Commissione adotterà la prima relazione annuale sullo Stato di diritto che copre tutti gli Stati membri. È uno strumento preventivo per la diagnosi precoce delle sfide e per la ricerca di soluzioni. Voglio che questo sia un punto di partenza per la Commissione, il Parlamento e gli Stati membri per garantire che non si verifichino passi indietro.

La Commissione attribuisce la massima importanza allo Stato di diritto. Questo è il motivo per cui garantiremo che il denaro del nostro budget e NextGenerationEU sia protetto da qualsiasi tipo di frode, corruzione e conflitto di interessi. Questo non è negoziabile. Ma gli ultimi mesi ci hanno anche ricordato quanto possa essere fragile. Abbiamo il dovere di essere sempre vigili per prenderci cura e nutrire lo Stato di diritto. Le violazioni dello Stato di diritto non possono essere tollerate. Continuerò a difenderlo e l’integrità delle nostre istituzioni europee. Che si tratti del primato del diritto europeo, della libertà di stampa, dell’indipendenza della magistratura o della vendita di passaporti d’oro. I valori europei non sono in vendita.

Onorevoli deputati,

Questi valori sono più importanti che mai. Lo dico perché quando penso allo stato della nostra Unione, mi vengono in mente le parole di John Hume, uno dei grandi europei che purtroppo è morto quest’anno. Se così tante persone vivono in pace oggi nell’isola d’Irlanda, è in gran parte a causa della sua fede incrollabile nell’umanità e nella risoluzione dei conflitti. Diceva che il conflitto riguarda la differenza e che la pace riguarda il rispetto per la differenza. E come ha giustamente ricordato a quest’Aula nel 1998: “I visionari europei hanno deciso che la differenza non è una minaccia, la differenza è naturale. La differenza è l’essenza dell’umanità”.

Queste parole sono importanti oggi come lo sono sempre state. Perché quando ci guardiamo intorno, ci chiediamo, dov’è l’essenza dell’umanità quando tre bambini in Wisconsin mentre sono seduti in macchin guardano la polizia sparare al padre? Chiediamo(ci) dov’è l’essenza dell’umanità quando i costumi di carnevale antisemiti sfilano apertamente nelle nostre strade? Dov’è l’essenza dell’umanità quando ogni singolo giorno i Rom sono esclusi dalla società e gli altri vengono trattenuti semplicemente a causa del colore della loro pelle o della loro fede religiosa?

Sono orgogliosa di vivere in Europa, in questa società aperta di valori e diversità. Ma anche qui in questa Unione, queste storie sono una realtà quotidiana per così tante persone. E questo ci ricorda che i progressi nella lotta contro il razzismo e l’odio sono fragili: è difficile da vincere ma molto facilmente si può perdere. Quindi ora è il momento di cambiare. Per costruire un’Unione veramente antirazzista, che vada dalla condanna all’azione (punitiva). La Commissione sta proponendo un piano d’azione per iniziare a farlo. In questo contesto, proporremo di estendere l’elenco dei crimini dell’Unione a tutte le forme di crimini ispirati dall’odio e di incitamento all’odio, a causa della razza, della religione, del genere o della sessualità. L’odio è odio e nessuno dovrebbe sopportarlo. Rafforzeremo le nostre leggi sull’uguaglianza razziale dove ci sono dele lacune.U seremo il nostro budget per affrontare la discriminazione in settori come l’occupazione, l’alloggio o l’assistenza sanitaria. Diventeremo più severi sull’applicazione quando l’implementazione sarà (avvenuta) in ritardo. Perché in questa Unione la lotta al razzismo non sarà mai un optional.

Miglioreremo l’istruzione e la conoscenza sulle cause storiche e culturali del razzismo. Affronteremo i pregiudizi inconsci che esistono nelle persone, nelle istituzioni e persino negli algoritmi. E creeremo il primo coordinatore contro il razzismo della Commissione per mantenere il tema in cima alla nostra agenda e per lavorare direttamente con le persone, la società civile e le istituzioni.

Onorevoli parlamentari,

Non rallenterò di fronte alla possibilità di costruire un’Unione di uguaglianza. Un’Unione in cui puoi essere chi sei e amare chi vuoi, senza timore di recriminazioni o discriminazioni. Perché essere te stesso non è la tua ideologia. È la tua identità. E nessuno potrà mai portartelo via. Quindi, voglio essere chiara: le zone in cui non sono rispettati i diritti della comunità Lgbtqi sono zone in cui non c’è umanità. E non è ammissibile nell’Unione. E per essere sicuri di sostenere l’intera comunità, la Commissione presenterà presto una strategia per rafforzare i diritti Lgbtqi. Per questo motivo spingerò anche per il riconoscimento reciproco delle relazioni familiari nell’Unione europea. Se sei genitore in un Paese, sei genitore in ogni Paese.

Signore e signori,

Questo è il mondo in cui vogliamo vivere. Il mondo in cui siamo uniti nella diversità e nelle avversità. Dove lavoriamo insieme per superare le nostre differenze e dove ci sosteniamo a vicenda nei momenti difficili. Il mondo di domani, più forte, più rispettoso e più sano, quello che stiamo costruendo oggi per i nostri figli. Ma mentre cerchiamo di insegnare la vita ai nostri figli, i nostri figli ci insegnano la vita. Quest’anno ci ha mostrato quanto sia vero. Possiamo parlare dei milioni di giovani che chiedono un cambiamento, un pianeta più sano. O le centinaia di migliaia di magnifici arcobaleni di solidarietà mostrati dalle finestre di tutta Europa dai nostri figli. Ma c’è un’immagine in particolare che mi è rimasta in mente negli ultimi sei mesi. Un’immagine che cattura il mondo attraverso gli occhi dei nostri figli.

È l’immagine di Carola e Vittoria. Le due ragazze che giocano a tennis sui tetti della Liguria in Italia. Non è solo il talento e il coraggio delle ragazze che emerge da questa immagine. C’è una lezione che impariamo da tutto questo. La lezione è non farsi mai bloccare dagli ostacoli sul cammino, non essere mai frenato dalle convenzioni e cogliere sempre l’attimo. È quello che ci insegnano ogni giorno sulla vita Carola, Vittoria e tutti i giovani d’Europa. Questa è la prossima generazione di europei. NextGenerationEU.

Quest’anno l’Europa ha seguito il loro esempio e fatto un balzo in avanti. Quando si è trattato di trovare una via per il nostro futuro, non abbiamo lasciato che le vecchie convenzioni ci trattenessero. Quando abbiamo sentito la fragilità intorno a noi, abbiamo colto il momento per dare nuova vitalità alla nostra Unione. E quando abbiamo potuto scegliere di camminare da soli, come in passato, abbiamo usato tutta la forza dei 27 per dare a tutti i 27 una possibilità per il futuro. Abbiamo dimostrato che siamo insieme in questa storia e che ne usciremo insieme.

Signore e signori,

Il futuro sarà ciò che ne faremo. E l’Europa sarà quel che vogliamo che sia. Quindi smettiamo di sminuirla. E lavoriamo per costruirla. Per renderla forte. E per costruire il mondo in cui vogliamo vivere.

Lunga vita all’Europa!

10 09, 2020

Piano Nazionale di ripresa e resilienza – Linee guida

Di |2020-09-10T08:49:08+00:00Settembre 10th, 2020|Analisi e interventi|

I progetti e le idee partono da qui

Presidenza del Consiglio dei Ministri

Dipartimento per le Politiche Europee Ufficio Coordinamento delle politiche europee

                                                                               

 INTRODUZIONE

Al fine di una ripresa sostenibile, è necessario un orientamento strategico per attenuare l’impatto sociale ed economico della crisi, promuovendo la convergenza e la resilienza in modo da contribuire ad una crescita a lungo termine.
Occorre dare rinnovato impulso alla duplice transizione verso una società più digitale e più verde, ricercando al contempo l’autonomia strategica dell’Unione.
Per rispondere alla crisi pandemica provocata dal Covid-19, in uno sforzo senza precedenti e con un approccio innovativo, in grado di promuovere la convergenza, la resilienza e la trasformazione nell’Ue, i Capi di Stato e di governo hanno chiesto alla Commissione di presentare, a fine maggio, un ampio pacchetto che associ il futuro quadro finanziario pluriennale (QFP) con uno specifico impegno per la ripresa nell’ambito dello strumento Next Generation EU. Entrambi gli strumenti contribuiranno a trasformare l’Unione europea anche attraverso le principali strategie già individuate, in particolare il Green Deal europeo, la rivoluzione digitale e la resilienza.

 

Eu

Fonte: Infografica della Commissione europea

 

L’ammontare totale di 750 miliardi di euro di Next Generation EU è così suddiviso per singolo programma:

• Dispositivo per la ripresa e la resilienza: 672,5 miliardi di euro (di cui 360 miliardi di euro in prestiti e 312,5 miliardi di euro in sussidi)

REACT-EU: il meccanismo ponte tra l’attuale Politica di Coesione e i programmi 2021-27, con una dotazione di 47,5 miliardi

Horizon Europe: il programma per la ricerca e l’innovazione cui vengono
assegnati 5 miliardi di euro

InvestEU: che unisce tutti gli strumenti finanziari UE in continuità con il Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS), cui sono destinati 5,6 miliardi di euro

Sviluppo rurale: i Programmi di Sviluppo Rurale (PSR), nell’ambito della Politica agricola comune, cui vanno 7,5 miliardi di euro

Fondo per una transizione giusta (JTF): che sostiene l’uscita dai combustibili fossili nelle regioni europee che più ne dipendono, con 10 miliardi di euro

RescEU: il meccanismo di protezione civile dell’Unione, con risorse per 1,9 miliardi

Eu

Fonte: Infografica della Commissione europea

 

L’attuazione dei singoli progetti, dovrà assicurare – fra l’altro – anche il rispetto delle norme in materia di aiuti di Stato in tutti i casi in cui le Autorità nazionali, esercitando il proprio potere discrezionale nell’utilizzo delle risorse economiche provenienti dalla UE, adottino misure di vantaggio selettivo per soggetti che esercitano attività economica. Fra tali norme si ricordano quelle che impongono la previa notifica alla Commissione: inoltre, fino al 31 dicembre 2020, sarà anche possibile concedere aiuti straordinari sulla base del c.d. Temporary Framework, che comunque impone la preventiva notifica. Il mancato rispetto delle norme sugli aiuti pubblici espone le imprese al rischio di dovere restituire i vantaggi percepiti.
Per approfondimenti si rinvia alla Comunicazione della Commissione europea sulla nozione di aiuto di Stato.

1. IL PIANO NAZIONALE PER LA RIPRESA E LA RESILIENZA (PNRR)

Introduzione

La proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce un dispositivo per la ripresa e la resilienza è attualmente in corso di finalizzazione sulla base delle indicazioni contenute nell’accordo politico raggiunto al Consiglio Europeo del 17-21 luglio u.s. Il dispositivo mette a disposizione degli Stati membri in totale 672,5 mld di euro, di cui 312,5 mld di euro in sussidi e 360 mld di euro in prestiti per programmi di investimento e riforme.

I PNRR degli Stati membri potranno essere presentati per la prima valutazione da parte della Commissione nel momento in cui il dispositivo entrerà in vigore, presumibilmente non prima del 1° gennaio 2021. Resta comunque ferma la data del 30 aprile 2021 come deadline per la presentazione del Piani.

Il dispositivo offrirà un sostegno finanziario su larga scala agli investimenti pubblici e alle riforme che renderanno le economie degli Stati membri più resilienti e meglio preparate per il futuro. Garantirà in particolare che tali investimenti e riforme siano incentrati sulle sfide e sulle esigenze connesse alla transizione verde e digitale, in modo da garantire una ripresa sostenibile. Gli investimenti contribuiranno a creare posti di lavoro, favorendo una crescita sostenibile e rendendo l’Unione più resiliente.

Tale proposta stabilisce che, gli Stati membri preparino propri piani nazionali per la ripresa e la resilienza (PNRR) in cui venga definito il programma di riforme e investimenti dello Stato membro interessato per il periodo 2021- 2023. I piani saranno riesaminati e adattati, ove necessario, nel 2022 per tenere conto della ripartizione definitiva dei fondi per il 2023 (punto A18 delle Conclusioni del Consiglio europeo).

Le priorità del dispositivo per la ripresa e la resilienza sono:
1. promuovere la coesione economica, sociale e territoriale dell’Unione migliorando la resilienza e la capacità di aggiustamento degli Stati membri;
2. attenuare l’impatto sociale ed economico della crisi;
3. sostenere le transizioni verde e digitale, contribuendo in tal modo a ripristinare il potenziale di crescita delle economie dell’Unione, a incentivare la creazione di posti di lavoro nel periodo successivo alla crisi della Covid-19 e a promuovere una crescita sostenibile.

1.1. Sussidi e prestiti

L’ammontare complessivo dei prestiti a ciascuno Stato membro non supera di norma il 6,8% del suo PIL.
L’Italia riceverà un ammontare complessivo pari a circa 208 miliardi di euro, suddiviso in 127 miliardi di prestiti e 81 miliardi di sussidi.
L’ammontare dei sussidi sarà calcolato in due tranche, pari rispettivamente al 70% e al 30% del totale. Per il loro calcolo saranno utilizzati parametri differenti. (punto A15 delle Conclusioni del Consiglio europeo).
La prima tranche, del 70%, deve essere impegnata negli anni 2021 e 2022 e viene calcolata sulla base di parametri che comprendono la popolazione, il PIL pro- capite, il tasso di disoccupazione nel periodo 2015-2019 ecc.
Il restante 30 % deve essere interamente impegnato entro la fine del 2023 e sarà calcolato nel 2022 sostituendo al criterio della disoccupazione nel periodo 2015- 2019 i criteri della perdita del PIL reale osservata nell’arco del 2020 e dalla perdita cumulativa del PIL reale osservata nel periodo 2020-2021.
Il prefinanziamento del dispositivo per la ripresa e la resilienza verrà versato nel 2021 e dovrebbe essere pari al 10 % (punto A17 delle Conclusioni del Consiglio europeo).

1.2. Parametri e contenuti

I parametri per la valutazione individuati nell’accordo del Consiglio europeo sono:

la coerenza con le raccomandazioni specifiche per Paese (CSR);
il rafforzamento del potenziale di crescita, della creazione di posti di lavoro e della resilienza sociale ed economica dello Stato membro;
l’effettivo contributo alla transizione verde e digitale (condizione preliminare ai fini di una valutazione positiva).

La proposta di regolamento specifica, inoltre, che i Piani devono essere coerenti con le informazioni contenute nei:

Il PNRR, in particolare, deve prevedere:

a) una spiegazione della rispondenza alle sfide e priorità specifiche per paese individuate nel contesto del semestre europeo;
b) una esplicitazione del potenziale in termini di crescita, di creazione di posti di lavoro e di resilienza sociale ed economica dello Stato membro interessato, nonché di attenuazione dell’impatto sociale ed economico della crisi e del contributo a migliorare la coesione sociale e territoriale e a rafforzare la convergenza;
c) il contributo del piano alle transizioni verde e digitale o le sfide che ne conseguono;
d) i target intermedi e finali previsti e un calendario indicativo dell’attuazione delle riforme, nonché degli investimenti;
e) i progetti di investimento previsti e il relativo periodo di investimento;
f) la stima del costo totale delle riforme e degli investimenti (denominata anche “stima del costo totale del piano per la ripresa e la resilienza”), fondata su una motivazione adeguata e una spiegazione di come tale costo sia commisurato all’impatto atteso sull’economia e sull’occupazione;
g) se del caso, informazioni su finanziamenti dell’Unione esistenti o previsti;
h) le misure di accompagnamento che possono essere necessarie;
i) una giustificazione della coerenza del piano per la ripresa e la resilienza;
j) le modalità per l’attuazione effettiva del piano per la ripresa e la resilienza da parte dello Stato membro interessato, compresi i target intermedi e finali proposti e i relativi indicatori;
k) se del caso, la richiesta di sostegno sotto forma di prestito e i target intermedi supplementari di cui all’articolo 12, paragrafi 2 e 3, e i relativi elementi;
l) qualsiasi altra informazione pertinente.

1.3. Governance e tempistica

In base alla proposta di regolamento summenzionata, il calendario per la presentazione dei PNRR è allineato con quello del Semestre europeo.
I PNRR devono, in linea di massima, essere presentati alla Commissione dal 15 ottobre 2020 al 30 aprile 2021.
È previsto, infatti, che gli Stati membri possano presentare entro il 15 ottobre 2020 un progetto di PNRR unitamente al disegno di legge di bilancio dell’esercizio successivo (draft budgetary Plan) e deve essere trasmesso ufficialmente entro il 30 aprile 2021 come un allegato al Programma Nazionale di Riforma (PNR).
I PNRR saranno valutati dalla Commissione entro 2 mesi dalla loro presentazione, in base ai parametri sopra indicati. La valutazione della Commissione deve essere approvata dal Consiglio entro 4 settimane dalla proposta della Commissione stessa.

L’accordo del Consiglio europeo del 17-21 luglio ha altresì previsto la possibilità di accedere ad un prefinanziamento del 10%, che sarà versato nel 2021, per i PNRR che saranno presentati entro il 15 ottobre 2020.

Dal Comitato Interministeriale Affari europei (CIAE) è stata quindi condivisa l’opportunità di approfittare di questa anticipazione accelerando per quanto possibile la procedura per la preparazione del PNRR.

Per la governance dell’erogazione dei fondi l’accordo raggiunto in sede di Consiglio UE prevede che la Commissione produrrà una valutazione del “soddisfacente raggiungimento degli obiettivi” del piano nazionale – a cui è condizionato il pagamento – previo parere del Comitato economico e finanziario (CEF) – l’organo di tecnici dei Ministeri delle finanze nazionali. In caso di mancato accordo in CEF, è data facoltà a uno o più Stati membri di rinviare la decisione al successivo Consiglio europeo, ma il processo deve comunque concludersi entro 3 mesi da quando la Commissione chiede il parere del CEF. Il freno potrà rallentare l’erogazione fino a 3 mesi, ma non bloccarla del tutto perché alla fine prevarrà comunque la valutazione della Commissione.
Secondo l’accordo raggiunto in Consiglio europeo, i pagamenti saranno effettuati sulla base delle richieste che lo Stato membro potrà presentare ogni 6 mesi, previa verifica da parte della Commissione del raggiungimento dei target intermedi e finali concordati e indicati nel PNRR.

2. STRUMENTO DI SOSTEGNO TECNICO DELLA COMMISSIONE

I Capi di Stato e di Governo nelle loro conclusioni del Consiglio europeo del 17 – 21 luglio, concordano nel ritenere che lo strumento di assistenza tecnica – a disposizione di tutti gli Stati membri e con una dotazione finanziaria per il periodo 2021-2027 pari a 767 milioni di EUR – migliorerà la capacità amministrativa di elaborare, sviluppare e attuare riforme (punto 75).

A tal fine, come nell’ambito del programma di sostegno alle riforme strutturali, esso accompagnerà le autorità nazionali degli Stati membri richiedenti durante l’intero processo di riforma. Inoltre è previsto che gli Stati membri possano chiedere alla Commissione di organizzare uno scambio di best practice (art. 15, co.4).

L’ambito di applicazione copre un ampio ventaglio di campi di intervento, tra cui le aree connesse alla gestione delle finanze e dei beni pubblici, alla riforma istituzionale e amministrativa, al contesto imprenditoriale, ai mercati dei prodotti, dei servizi e del lavoro, all’istruzione e alla formazione, allo sviluppo sostenibile, alla sanità pubblica e al settore finanziario (art. 5). È prestata particolare attenzione alle azioni che promuovono le transizioni verde e digitale.

La Commissione adotterà programmi di lavoro ai fini dell’attuazione dello strumento di sostegno tecnico mediante atti di esecuzione, specificando le misure per la fornitura di sostegno tecnico e tutti gli elementi richiesti dal regolamento finanziario (art. 12).

2.1 Tempistica e modalità di accesso al sostegno tecnico

Le richieste di sostegno tecnico devono essere presentate alla Commissione entro il 31 ottobre 2020 (art. 8). La Commissione può fornire orientamenti riguardo ai principali elementi da includere nella richiesta di sostegno.
La Commissione esaminerà le richieste tenendo conto dell’urgenza, dell’entità e delle criticità evidenziate, delle esigenze di sostegno nell’area di intervento interessata, di un’analisi degli indicatori socioeconomici e della capacità amministrativa generale dello Stato membro.
Sulla base delle analisi e tenendo conto delle azioni e delle misure esistenti finanziate da altri fondi/programmi UE, la Commissione definisce con lo Stato membro un accordo/piano di cooperazione e sostegno in merito a:
• aree prioritarie per il sostegno;
• obiettivi;
• calendario indicativo;
• portata delle misure di sostegno da prevedere;
• contributo finanziario globale stimato, da definire in un piano di cooperazione e sostegno.

2.2 Azioni ammissibili al finanziamento (art.7)

I tipi di azioni ammissibili al finanziamento nell’ambito dello strumento di sostegno tecnico includono, tra l’altro:
consulenza in materia di indicazioni strategiche e/o modifica delle politiche, formulazione di strategie e tabelle di marcia per le riforme in materia legislativa, istituzionale, strutturale e amministrativa;
incarichi di consulenza, per brevi o lunghi periodi, ad esperti incaricati di svolgere compiti in ambiti specifici o di eseguire attività operative, all’occorrenza con un supporto di interpretazione, traduzione e cooperazione, assistenza amministrativa e fornitura di infrastrutture e attrezzature;
azioni di sostegno a tutti i livelli di governance, anche con conferimento di responsabilità alla società civile;
skill/capacità informatiche: consulenze in materia di sviluppo, manutenzione, gestione e controllo di qualità delle infrastrutture e delle applicazioni informatiche necessarie per attuare le riforme e cybersicurezza, consulenze relative a programmi volti alla digitalizzazione dei servizi pubblici;
sostegno operativo locale in ambiti quali l’asilo, la migrazione e il controllo delle frontiere;
progetti di comunicazione per attività di apprendimento: e-learning, collaborazione, sensibilizzazione, divulgazione e scambio di buone pratiche; organizzazione di campagne di sensibilizzazione e informazione, eventi mediatici, comprese la comunicazione istituzionale e attraverso i social media.

3. IL PROGRAMMA NAZIONALE DI RIFORMA (PNR)

Nel quadro generale europeo delineato dalla Strategia di Lisbona, rappresentato dalle “Linee guida integrate”, gli Stati membri devono presentare i Piani Nazionali di Riforma (PNR) con valenza triennale, individuando le priorità e accorpando in 3 macro-aree le 24 linee guida. La prima parte riguarda le misure macroeconomiche e di politica di bilancio, la seconda include le riforme strutturali e microeconomiche, la terza riguarda le politiche attive del lavoro.

La valutazione dei progressi compiuti nell’attuazione delle politiche del PNR è effettuata dalla Commissione sulla base di report sullo stato di attuazione dei PNR predisposti annualmente dai singoli Stati membri. Il Consiglio europeo, recependo la valutazione della Commissione, verifica i progressi compiuti rispetto agli obiettivi di Lisbona, conferisce giudizi sul grado di realizzazione delle riforme raggiunto da ciascun paese e rivolge specifiche raccomandazioni.

Nel 2011, con il passaggio dalla Strategia di Lisbona a Europa 2020 e l’istituzione del Semestre europeo di coordinamento delle politiche economiche e di bilancio, il PNR, ai sensi della L. 7 Aprile 2011 n. 39, è confluito nel Documento di Economia e Finanza – DEF, ne costituisce la sezione III ed è curata dal Dipartimento del Tesoro, d’intesa con il Dipartimento delle Politiche europee.

Il DEF deve essere presentato al Parlamento, per le conseguenti deliberazioni parlamentari, entro il 10 aprile di ciascun anno, al fine di consentire alle Camere di esprimersi sugli obiettivi programmatici di politica economica in tempo utile per l’invio al Consiglio e alla Commissione europea, entro il successivo 30 aprile, del Programma di stabilità e del Programma Nazionale di Riforma (PNR).

Quest’anno, invece, per effetto della crisi sanitaria, il PNR è stato presentato successivamente all’approvazione delle risoluzioni sulle sezioni I e II del DEF 2020 (Risoluzione n. 6/00108 della Camera e Risoluzione n. 6/00108 del Senato), trasmesse al Parlamento il 24 aprile 2020.

Nel corso della seduta del Consiglio dei Ministri del 6 luglio 2020, il Ministro dell’economia e delle finanze Roberto Gualtieri ha illustrato lo schema del PNR 2020 in cui vengono delineate le politiche che il Governo intende adottare nel triennio 2021-23 per il rilancio della crescita, l’innovazione, la sostenibilità, l’inclusione sociale e la coesione territoriale, nel nuovo scenario determinato dall’emergenza sanitaria del Covid-19.

Il documento traccia le linee essenziali del Programma di Ripresa e Resilienza (Recovery Plan) che il Governo metterà a punto dopo l’adozione dello Strumento Europeo per la Ripresa e incorpora le raccomandazioni che Bruxelles aveva tracciato nel Country Report 2020 a febbraio, poco prima dello scoppio dell’emergenza sanitaria.

Nella seduta del 29 luglio scorso, l’Aula del Senato ha approvato le misure prospettate nel Programma nazionale di riforma 2020, raccomandando al Governo di farle confluire nel PNRR da presentare entro il mese di ottobre prossimo.

Il Segretariato Generale della Commissione europea ha creato una task force con a capo il vice segretario generale Celine Gauer, (sotto l’autorità diretta della Presidente Von der Leyen), per assistere gli Stati membri nella preparazione dei loro PNRR, operativa a partire dal 16 agosto 2020. Obiettivo dell’azione di questa nuova cabina di regia sarà quello di favorire la presentazione dei Piani di rilancio nazionali, il più possibile in linea con le direttive europee per l’accesso ai fondi del Recovery Fund e per velocizzare le procedure di valutazione.

8 09, 2020

Le politiche europee per la città: reti, mobilità e prospettive nella nuova programmazione Ue

Di |2020-09-08T07:45:22+00:00Settembre 8th, 2020|Analisi e interventi|

Paper a cura di “Erasmo
Documento coordinato da Elisa Filippi (Esperta in programmi europei di interesse urbano)

 

Con il 74% dei suoi abitanti che vive in un’area urbana, l’Europa è ben al di sopra del tasso di urbanizzazione globale, corrispondente al 54%[1]. L’urbanizzazione europea mantiene tuttavia alcune peculiarità che derivano dalla storia secolare delle sue città. Qui, diversamente da altri continenti, non è la megalopoli a essere protagonista dello scenario urbano, ma è una varietà di articolazioni insediative in cui sono maggiormente diffusi i centri di medie dimensioni, che si alternano ad aree metropolitane e regioni urbane. Come evidenziato da Eurostat, “Europe is generally characterised by a high number of relatively small cities and towns that are distributed in a polycentric fashion; this reflects, to some degree, its historical past which has led to a fragmented pattern of around 50 countries being spread over the continent. By contrast, in some parts of Asia and North America, a relatively high proportion of the urban population is concentrated in a small number of very large cities”[2].

A livello europeo le città con meno di 250.000 abitanti accolgono circa il 28% di popolazione urbana[3]. Quello europeo è quindi un tessuto urbano diffuso, diverso dallo scenario proprio di altri continenti in cui sono le megacittà a dominare la scena urbana. Questo dato può aver facilitato l’emersione di reti di città, che in Europa più che altrove sembrano aver assunto un ruolo di primo piano nei processi di governance. Come recentemente evidenziato in un articolo dedicato alle reti di città, “urban organizations and networks (…) have multiplied over the years and have become a means for cities to cooperate at the EU level”[4].

L’Europa delle città e dei territori è alla base di suggestioni che nel corso del tempo hanno delineato un’idea di un processo di integrazione basato sull’Europa dei Comuni in grado di “prospettare nuovi orizzonti programmatici e di ruoli arricchendo i sistemi decisionali attraverso forme di federalismo municipale solidale”[5] (Magnaghi, 2006). L’attivismo delle città nell’arena politica europea, evidente nell’azione di decine di reti e organizzazioni (Eurocities, CEMR, Energy Cities, Eurotowns, Eurometrex, solo per citarne alcune) ha negli anni consentito alla questione urbana di emergere in un’arena politica che fin dagli anni ’80 aveva visto le istituzioni regionali in posizione privilegiata rispetto a quelle locali (Sebastiani, 2007)[6]. Il lungo lavoro di governance, rappresentanza e pressione svolto dalle città e dalle loro organizzazioni sembra tuttavia aver portato nel corso degli ultimi cinque anni a un protagonismo inedito della questione urbana nell’arena delle politiche europee. L’esito principale di questo protagonismo è individuabile nell’approvazione nel maggio 2016 del cosiddetto “Patto di Amsterdam”. Il documento “Urban Agenda for the EU” è stato promosso dalla presidenza olandese del Consiglio dell’Unione Europea, ed è stato sottoscritto da rappresentanti di tutti i paesi membri dell’Unione. L’Agenda urbana europea si basa su 12 obiettivi tematici che spaziano dal cambiamento climatico, al contrasto alla povertà, alla transizione digitale. Su ciascun tema nell’Agenda si propone un’azione volta a migliorare regole, conoscenze e finanziamenti.

A partire dall’approvazione dell’Agenda Urbana Europea sono state attivate 14 partnership tematiche composte da governi nazionali, autorità locali, reti urbane e stakeholders. Ciascuna partnership ha lavorato a un Action Plan contenente proposte di policy per una politica urbana europea. È quindi oggi a disposizione dei decisori un patrimonio di analisi e proposte frutto di un confronto ampio, che se adeguatamente valorizzato può contribuire a realizzare un’Europa delle Città forse in grado di offrire nuovo slancio a un processo di integrazione oggi messo in discussione da spinte contrastanti. 

I programmi e le reti urbane

I temi dell’Agenda Urbana Europea hanno costituito gli elementi di riferimento per la creazione dei progetti finanziati dal programma Urban Innovative Actions, che ha promosso interventi di innovazione urbana in 18 paesi con 86 progetti approvati, realizzati a livello locale attraverso la collaborazione tra amministrazioni comunali e attori del territorio.
Dalla transizione digitale al contrasto alla povertà urbana passando per l’economia circolare, l’occupazione e numerosi altri, i temi dell’Agenda Urbana Europea sono stati tradotti in pratica grazie ad azioni che hanno prodotto impatti tangibili sui territori, sia in termini di rigenerazione urbana che di attivazione di meccanismi virtuosi di governance resi scalabili e replicabili attraverso il confronto costante tra le città attuatrici degli interventi e altre realtà urbane in Europa. Fino al quinto e ultimo bando del programma Urban Innovative Actions (i cui progetti entreranno in fase di implementazione da settembre 2020) sono undici le città italiane coinvolte (Torino e Milano rispettivamente con due progetti, Bergamo, Bologna, Prato, Ravenna, Latina, Portici, Pozzuoli, Verona e Ferrara) con progetti che hanno favorito lo sviluppo di approcci innovativi, come la cura condivisa dei beni comuni per il rilancio delle periferie o l’utilizzo delle risorse naturali per la creazione di nuove competenze e occupazione sui territori (solo per citare i casi di Torino e Pozzuoli).

L’Italia si è confermata nell’ultimo settennato il Paese maggiormente rappresentato anche all’interno del programma URBACT III, il principale strumento di cooperazione transnazionale per lo sviluppo urbano sostenibile disponibile in Europa che ha coinvolto oltre quaranta realtà italiane rappresentanti tutti i diversi livelli di urbanità del nostro Paese. Dai comuni di piccole o piccolissime dimensioni collocati in aree interne, come Capizzi (Messina) e Falerna (Reggio Calabria), fino alle grandi città come Roma, Milano, Napoli, a città metropolitane come Torino e Bologna, o alle numerose città medie e Unioni di Comuni: la diversità delle tipologie di azione e delle tematiche coperte dai municipi italiani nelle reti finanziate dal programma URBACT mette in luce quanto la dimensione di rete attivata su scala europea abbia prodotto un contributo innovativo tangibile in termini di visioni, pratiche e soluzioni per il miglioramento della governance delle principali sfide urbane.

I progetti approvati nell’ambito dell’ultimo bando per la creazione di Action Planning Network, (reti transnazionali finalizzate al design di Piani d’azione locale, co-disegnati in collaborazione con gli attori del territorio riuniti nei cosiddetti URBACT Local Group), che coinvolgono venti Comuni italiani,  evidenziano alcuni dei temi che saranno al centro delle politiche urbane del futuro, come l’impatto sostenibile del turismo sui territori, il ruolo della responsabilità sociale di impresa per il rilancio delle nostre città, i Social Impact Bond e l’Internet of Things, l’utilizzo degli strumenti digitali per la partecipazione civica e il marketing urbano, la rigenerazione di strade e piazze delle nostre città per migliorare l’efficienza dei trasporti e il senso di sicurezza percepita. Questi esempi sottolineano ancora una volta quanto la condivisione di modalità di governo del territorio con altre realtà europee possa contribuire a rendere le nostre città dei laboratori di innovazione diffusa, nei quali mettere in pratica approcci innovativi in collaborazione costante con le comunità locali. 

La politica per le città nel nuovo bilancio UE

Il dibattito sul Quadro finanziario pluriennale (QFP) dell’UE per il periodo 2021 – 2027 ha registrato un primo accordo tra gli Stati Membri al Consiglio Europeo del 21 luglio 2020, nonostante la prima proposta adottata dalla Commissione Europea risalga a maggio 2018. 

Next Generation EU

L’epidemia da Covid-19 ha infatti comprensibilmente portato a rivedere ancora una volta le prospettive di programmazione, sia rispetto alle priorità che alla ripartizione delle risorse, in particolare dopo che è entrata sulla scena la proposta della Commissione per il nuovo Next Generation EU di 750 miliardi di euro che vede al suo interno Recovery and Resilience Facility che mobilita complessivamente circa 672 miliardi di euro tra sussidi (312,5 mld euro) e prestiti (360 mld euro)[7]. L’analisi dei meccanismi di funzionamento dello strumento non è oggetto del presente elaborato, tuttavia appare pertinente osservare come il Recovery and Resilience Facility possa rappresentare un’opportunità importante anche per l’implementazione di progetti urbani dell’elevato impatto economico, sociale ed ambientale. Se è vero che la pandemia da Covid-19 è intervenuta mettendo in crisi modelli economici e di interazione sociale fortemente dipendenti dalla dimensione urbana, è proprio dalle città che un nuovo modello di sviluppo e di resilienza potrà partire, come alcune esperienze pilota, in Italia ed in Europa, sembrano già suggerire.

Appare dunque auspicabile che nell’ambito dei Piani Nazionali per la Ripresa e la Resilienza, che i governi nazionali dovranno presentare per accedere ai fondi, la dimensione urbana degli interventi sia identificata come prioritaria, così come le città in quanto attori ed attuatori dei progetti.

Il nuovo QFP

Rispetto al Quadro Finanziario Pluriennale, l’accordo raggiunto dal Consiglio appare in ribasso rispetto alla proposta originaria della Commissione e a quella del Parlamento Europeo, prevedendo un importo complessivo di 1,074.3 miliardi di euro, cifra che potrebbe essere ora oggetto di ulteriore negoziazione.

Per quanto riguarda le città, tuttavia, si osserva una tendenza lineare e piuttosto condivisa tra le Istituzioni nella direzione di un rafforzamento della dimensione urbana della politica di coesione, individuata come una delle aree di azione nelle quali il contributo europeo ha rivelato un impatto di maggiore efficacia.

Nel perseguire questo obiettivo, l’azione proposta dalla Commissione Europea si articola in due principali aree di intervento: l’innalzamento al 6% della quota di FESR destinato allo sviluppo urbano sostenibile[8] e l’istituzione di una nuova iniziativa, definita: “European Urban Initiative” con un’allocazione di circa 500 milioni di euro, finalizzata a: “favorire e sostenere lo sviluppo di capacità degli attori, le azioni innovative, le conoscenze, l’elaborazione di strategie e la comunicazione nel settore dello sviluppo urbano sostenibile.[9]

La “European Urban Initiative – EUI” infatti viene istituita dall’art. 10 della proposta di Regolamento del FESR COM. (372), al di fuori della Cooperazione Territoriale Europea – CTE, inquanto per essa viene previsto un modello di implementazione gestito (direttamente o indirettamente) della Commissione Europea. L’EUI è strutturata in tre linee di azione: a) supporto al capacity-building (che riprende esplicitamente l’esperienza del programma URBACT); b) supporto alle azioni innovative (con la prosecuzione del programma Urban Innovative Actions); c) supporto alla conoscenza, sviluppo di policy e comunicazione.

Superare la frammentazione e dare rappresentanza alle città

La proposta della Commissione nasce dal riconoscimento dell’esistenza di due principali debolezze nell’attuale sistema: la frammentazione del contesto e l’assenza delle città nel processo di governance. Ad oggi infatti le quattro iniziative “urbane” esistenti sono gestite ciascuna in una modalità diversa. In particolare: il programma URBACT gestito nell’ambito della Cooperazione Territoriale Europea, il programma UIA e l’Urban Development Network gestiti dalla Commissione Europea senza la presenza degli Stati Membri nel processo decisionale interno, e infine l’Agenda Urbana Europea gestita operativamente dalla Commissione Europea, ma con la supervisione degli Stati Membri. L’altro aspetto, che la proposta della Commissione si pone l’obiettivo di migliorare, è la rappresentanza delle città stesse all’interno del processo decisionale dei programmi URBACT ed UIA. Uno dei paradossi di questi programmi è proprio la singolare l’assenza delle città e/o la previsione di consultazioni in forma obbligatoria con le autorità locali stesse.

La struttura di governance proposta per la nuova “European Urban Initiative” prevede il coinvolgimento delle città o di associazioni di rappresentanza delle città nell’organo dell’“EUI Steering Group” che ha la finalità di fornire l’orientamento strategico del programma. La governance complessiva dell’iniziativa di fatto vede un accentramento di poteri nella Commissione Europea, in particolare in riferimento alla formulazione del programma e alla selezione dei progetti.

In termini pratici è fondamentale ricordare che la proposta della Commissione Europea non prevede la creazione di nuovi programmi o strumenti, ma l’introduzione di una cornice unica per quelli già esistenti. Non si assiste dunque ad un significativo aumento di budget se si considera che già i programmi UIA e URBACT insieme beneficiano nella programmazione 2014 – 2020 di circa 468 milioni di euro e che ad essi, la proposta della Commissione prevede l’aggiungersi di una terza linea di azione riferita all’Agenda Urbana Europea.

Come anticipato la Commissione Europea ha previsto una seconda, e più importante, linea di azione per sostenere la dimensione urbana della politica di coesione. Si tratta dell’introduzione tra gli obiettivi strategici della politica di coesione dell’obiettivo strategico 5 (OS5) ove per la prima volta le “Strategie di sviluppo territoriale” vengono riconosciute in maniera autonoma e con un approccio integrato e multisettoriale. Nell’OS5 troviamo infatti il sostegno per l’attuazione delle strategie sia in aree non urbane, con una riserva del 5% delle risorse totali del FESR, sia in aree urbane, con la già citata riserva del 6% delle risorse del FESR. In questo secondo caso, i tre principali strumenti previsti per darvi attuazione sono: l’istituzione di un piano operativo nazionale (ad esempio il PON Metro), la previsione di una linea dedicata all’asse sviluppo urbano nell’ambito dei Piani Operativi Regionali (P.O.R.) o ancora l’attivazione degli Investimenti territoriali integrati (ITI) e delle azioni di Sviluppo locale di tipo partecipativo (CLLD), strumenti già utilizzati nell’attuale programmazione 2014 – 2020.

In questo scenario, si inserisce l’iniziativa React-EU (Recovery Assistance for Cohesion and the Territories of Europe[10]), il pacchetto di 55 miliardi di euro che saranno resi disponibili da Next Generation EU e che saranno veicolati attraverso la politica di coesione già dal 2020 fino al 2022 attraverso una revisione del quadro finanziario. È importante sottolineare che non si tratta di una riallocazione di risorse, ma di finanziamenti aggiuntivi, “fresh money”, che andranno ad integrare i programmi esistenti, attraverso un tasso di co-finanziamento europeo che coprirà fino al 100% delle spese eleggibili. Secondo le stime, considerando che i fondi saranno ripartiti tenendo conto della gravità dell’impatto economico e sociale esercitato dalla crisi sugli Stati Membri, l’Italia potrebbe risultare il Paese maggiormente beneficiario. 

Gli scenari futuri

L’emergenza Covid-19 ha ridefinito il quadro di priorità di intervento delle nostre città in un 2020 nel quale si attendeva una svolta decisiva ai negoziati sulla nuova politica di coesione, citata in precedenza, e la finalizzazione del lavoro di aggiornamento della Carta di Lipsia che la Presidenza di turno tedesca del Consiglio europeo si appresta a svolgere nel secondo semestre dell’anno, recependo input provenienti da organizzazioni e programmi urbani, autorità nazionali, regionali e urbane che hanno partecipato negli ultimi anni al percorso di definizione del nuovo documento di policy generale sui temi delle città.

L’attenzione dedicata negli ultimi mesi a interventi di rigenerazione urbana temporanea, ad esempio per rendere maggiormente fruibili gli spazi pubblici, e ad azioni di sostegno al commercio di prossimità e alle imprese culturali e creative fa emergere una nuova sensibilità dei diversi livelli di governo rispetto alla necessità di azioni in grado di intervenire su alcuni aspetti specifici del vivere urbano. Come suggerito dall’accademico Carlos Moreno, sembra farsi largo per le città la necessità di ripensare le politiche di pianificazione, passando dalla pianificazione della città alla pianificazione della vita urbana, attorno alle dinamiche di spazio e di tempo[11]. E’ questo l’approccio che sta alla base, per esempio, dell’idea di “15 minutes City”, già rilanciata dalla Sindaca di Parigi Anne Hildago, ovvero l’idea che ogni cittadino possa avere accesso in un breve perimetro a sei funzioni fondamentali per vivere.[12]

A partire da questo cambio di paradigma, è possibile immaginare che tra gli orientamenti delle città nell’utilizzo dei fondi e degli strumenti urbani europei, uno spazio sempre maggiore sarà riservato a misure sperimentali e ad azioni-pilota che riqualificano spazi, attraverso forme di urbanismo tattico e percorsi di partecipazione attiva dei cittadini, o che rendono più fruibile il verde pubblico, riducendo il divario tra dimensione urbana e rurale.

Uno scenario nel quale, grandi interventi infrastrutturali potranno essere ripensati ed integrati con l’attivazione di esperienze di innovazione, dal forte impatto sociale, sperimentate in forma pilota su scala locale e/o distrettuale.

In conclusione, se il quadro finanziario europeo sembra complessivamente riservare attenzione e risorse per attivare progetti urbani innovativi, le aree urbane sono oggi chiamate ad un’azione programmatoria straordinaria, che combini creatività e solida capacità esecutiva. In particolare, in un momento in cui la dimensione relazionale dell’innovazione sembra assumere sempre maggiore importanza, il ruolo delle reti di città potrà fornire un contributo significativo nel veicolare quel trasferimento di conoscenza, di pratiche e di soluzioni a livello europeo e transnazionale, rivelatosi tanto efficace nel generare idee e soluzioni concrete.

In questo contesto, coniugare le risorse rese disponibili dalle Istituzioni (europee, nazionali e regionali) con un nuovo rapporto con imprese e fondazioni in un’ottica di responsabilità sociale condivisa rappresenta un’ulteriore priorità ancora più forte che in passato, con l’obiettivo di massimizzare l’efficienza e l’efficacia nell’utilizzo dei fondi.

Siamo di fronte ad un’occasione doppia per l’Europa e per le nostre città: se ad obiettivi ambiziosi, seguiranno idee e progetti concreti, sarà possibile misurare nelle nostre città l’impatto dell’azione di un’Europa capace di migliorare concretamente la vita quotidiana dei suoi cittadini.

 

comunicazione@erasmofondazione.eu

(Si ringraziano per la collaborazione Massimo Allulli e Simone d’Antonio)

 

 

[1] https://www.un.org/development/desa/publications/2018-revision-of-world-urbanization-prospects.html#:~:text=The%20urban%20population%20of%20the,to%204.2%20billion%20in%202018.

[2] https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Urban_Europe_-_statistics_on_cities,_towns_and_suburbs_-_executive_summary

[3] https://www.eurotowns.org/wp-content/uploads/2019/02/Eurotowns_Position_paper_on_Cohesion_Policy.pdf

[4] Mocca, E. (2017). City networks for sustainability in Europe: An urban-level analysis. Journal of Urban Affairs, 39(5), 691-710.

[5] Magnaghi A. (2006), Dalla partecipazione all’autogoverno della comunità locale: verso il federalismo municipale solidale, Democrazia e Diritto n.3/2006

[6] Sebastiani C. (2007), La Politica delle Città, il Mulino, Bologna

[7] EUCO 10/20, A15

[8] Proposta di REGOLAMENTO DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO relativo al Fondo europeo di sviluppo regionale e al Fondo di coesione, (2018) 372 Art. 9

[9] Proposta di REGOLAMENTO DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO relativo al Fondo europeo di sviluppo regionale e al Fondo di coesione, (2018) 372 Art. 10

[10] REACT-EU Q&A European Commission, https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/qanda_20_948

[11] The 15 minutes-city: for a new chrono-urbanism! – Pr Carlos Moreno

[12] In particolare, secondo C. Moreno: “This means transforming the urban space, which is still highly mono-functional, (..), into polycentric city, based on four major components: proximity, diversity, density and ubiquity, in order to offer this quality of life within short distances, across the six essential urban social functions: living, working, supplying, caring, learning and enjoying.”- The 15 minutes-city: for a new chrono-urbanism! – Pr Carlos Moreno