Il comitato promotore di Erasmo Fondazione ha redatto un documento in cui illustra sette proposte per affrontare al meglio la cosiddetta “Fase due” dell’emergenza sanitaria legata al Covid19. Di seguito il testo completo.

Circa un mese fa, precisamente il 5 marzo, il Governo nazionale prendeva i primi provvedimenti emergenziali per contrastare il diffondersi del Covid-19 chiudendo scuole e università. Negli USA l’argomento del giorno era la vittoria di Biden nelle primarie democratiche e l’Europa era più preoccupata dalle tensioni tra greci ed immigrati al confine con la Turchia che dai focolai in espansione in Italia. Dopo 30 giorni lo scenario si è totalmente trasformato: gli Stati Uniti diventano con 230 mila casi ufficiali il Paese con più contagi nel mondo, Francia e Spagna sono nel pieno della diffusione del virus e gli altri Paesi europei iniziano anche loro a sperimentare le conseguenze sanitarie ed economiche della pandemia.

In Italia, dopo un mese di lockdown nazionale, 15 mila morti e 124 mila contagiati ufficiali, è arrivato il momento di pensare ed attuare al più presto una strategia per ripartire. Anche in mancanza di antivirali specifici o vaccini. Le stime del recente report di Confindustria sull’impatto economico della pandemia sono chiare nella loro drammaticità: una perdita di 10 punti di PIL sul primo semestre di quest’anno, – 6% a fine 2020 solo se il 90% dell’attività economica riprenderà entro la fine di maggio, 0,75% di PIL (13,5 miliardi) persi ogni ulteriore settimana di chiusura. Ed un rapporto debito/Pil che dovrebbe avvicinarsi al 150% a fine 2020. E’ chiaro ormai a tutti che, almeno per i prossimi 18 mesi, dobbiamo adattarci a determinate regole che abbiamo acquisito in queste settimane: distanziamento sociale, maggiore attenzione all’igiene, controllo più attento dei possibili focolai. Ma questo non significa che, anche se limitata da tali restrizioni, l’economia nazionale debba necessariamente fermarsi. Va invece ripensata ed adattata alle nuove condizioni.

Da dove ripartire immediatamente per evitare che la crisi epidemiologica si trasformi velocemente in una ancora più drammatica crisi economica e sociale? Come scongiurare una tempesta perfetta che rischia di sfasciare tutto, non solo metaforicamente?

Si può partire, declinando in termini economici ed istituzionali, da quanto espresso in termini religiosi da Papa Francesco in occasione della eccezionale benedizione Urbi te Orbi sul sagrato di una Piazza San Pietro cupa e vuota.

 Nessuno si salva da solo, nemmeno il sistema capitalistico. La crisi finanziaria del 2008 aveva evidenziato il forte ruolo di Governi e Banche Centrali per la ripresa economica, soprattutto nelle economie dove la presenza dello Stato era minima come gli USA. Per trent’anni un susseguirsi di teorie sempre più liberiste, dai monetaristi (Friedman), agli economisti della supply-side (Laffer), fino ai teorici delle aspettative razionali (Lucas) – secondo i quali i mercati sono sempre in grado di assumere decisioni ottimali perché gli agenti sono perfettamente razionali ed informati e i compiti dello Stato si limitano alle sole funzioni essenziali di giustizia, difesa ed ordine pubblico – avevano convinto anche i più progressisti che la ricetta migliore per la crescita nelle economie avanzate fosse    limitare il ruolo dello Stato e ridurre la spesa pubblica, aspetti considerati un freno allo sviluppo del mercato capitalistico. La crisi dei sub-prime ed ancora di più la pandemia del coronavirus, hanno invece messo in evidenza come nelle economie moderne lo Stato (e le istituzioni di Stati come è l’Unione Europea) non rappresenti un freno, ma sia invece il motore di emergenza in grado di mantenere la macchina economica accesa nelle fasi di crisi. Il particolare la presenza statale, in settori dove si manifestano periodicamente fallimenti di mercato come l’istruzione, la ricerca e la sanità, diventa sempre più decisiva nella costruzione di società non solo ricche in termini di prodotto interno lordo ma sviluppate in termini di cultura democratica, innovazione e qualità della vita.

 Nessuno si salva da solo in Europa e nel mondo. Quello che emerge da questa pandemia è che per tali eventi sistemici servono istituzioni sovranazionali forti. Per trovare una cura al virus sarà necessario un più forte coordinamento tra le diverse istituzioni di ricerca del mondo, bene le risorse recentemente stanziate dalla Commissione Europea per la ricerca sul vaccino, ma sarebbe utile una struttura stabile per la ricerca sanitaria europea che coordini le attività dei diversi laboratori continentali, con indirizzi comuni per i Paesi e che si interfacci con quelli americani ed asiatici. Nella stessa maniera, a livello continentale, per rispondere alla drammatica situazione economica conseguente alla pandemia, la risposta non può avvenire dal singolo Stato. Gli USA hanno approvato un primo pacchetto di spesa pubblica a sostegno dell’economia da oltre duemila miliardi di dollari. La Cina ha previsto 7.500 miliardi di yuan di nuovi investimenti in “infrastrutture” già nel 2020. In entrambi i casi saranno le rispettive banche centrali a comprare i titoli di Stato emessi per finanziare tali investimenti. L’Europa, nel suo piccolo, ha già assicurato con la BCE un “quantitative easing” da 750 miliardi per l’emergenza, ha predisposto un fondo anti-disoccupazione SURE di 100 miliardi destinato a finanziare le cig nei Paesi in difficoltà, e sembra intenzionata ad attivare il Mes con condizionalità ridotte al minimo e la Banca europea degli investimenti con circa 200 miliardi di Recovery bond, istituzioni che da subito possono emettere obbligazioni congiunte dei Paesi membri. A questi strumenti già esistenti, molto probabilmente se ne affiancherà uno nuovo, quello che finora è stato definito Coronabond, obbligazioni comuni per tutta la zona euro. Forse servirebbe uno sforzo maggiore, ma questo è il limite istituzionale massimo fissato dagli Stati membri prima della crisi. Il 2020 ci insegnerà che forse ci siamo fermati in mezzo al guado e che, per rispondere a sfide globali, è necessario un passo avanti dell’Unione Europea verso un’integrazione maggiore, non solo monetaria, ma anche fiscale, sanitaria e militare. Un passo indietro che frantumasse quanto finora costruito riporterebbe gli Stati europei a colonie sviluppate delle grandi potenze mondiali. Ricordiamo a tutti qualche dato: secondo le stime del FMI nel 2017 il Pil degli USA è stato di circa 20,5 trilioni di dollari, quello dell’UE di quasi 18,5 trilioni di dollari e quello della Cina di 13,1 trilioni di dollari. Sono questi i numeri con cui misurarsi nella competizione mondiale per guidare il proprio percorso di sviluppo e non subirlo.

Nessuno si salva da solo, nemmeno lo Stato. In una situazione drammatica come quella che stiamo vivendo, ne usciremo in piedi solo se pubblico e privato lavoreranno assieme per risolvere i problemi. Lo Stato, mai come ora, è il motore di riserva che sta mantenendo ancora accesa la macchina economica italiana. Ma non ha una struttura amministrativa in grado di gestire in tempi brevi un’emergenza nazionale, soprattutto per quanto riguarda la sfera economica e sociale. E su questo una mano possono darla i privati, soprattutto le banche. L’ABI ha già dichiarato di essere favorevole immediatamente ad anticipare la cassa integrazione ai lavoratori, e potrebbe anche assicurare liquidità alle imprese con mutui trentennali se i tecnici del Tesoro si convinceranno ad investire di più su garanzie destinate al credito, come hanno già fatto Francia e Germania. Va in questa direzione il Fondo Pmi per imprese fino a 499 dipendenti ipotizzato negli ultimi giorni. Da parte loro le Amministrazioni pubbliche devono sfruttare questa fase di smart working e digitalizzazione forzata per ammodernarsi ed accelerare le procedure di rinnovo del proprio personale e di affidamento degli appalti, per essere pronti quando si uscirà dall’emergenza a ripartire immediatamente con i lavori pubblici, soprattutto al Sud, il vero motore dell’economia. Tenendo conto di tutto ciò, il Governo deve indicare al più presto una strategia precisa per il passaggio da “emergenza” a “fase due” a “ripartenza”.

Anche se non abbiamo tempi certi per cure e vaccino, una data per la ripresa delle attività economiche almeno nella parte meridionale del Paese (quella dove già adesso il contagio rallenta) va stabilita. Anche perché se dovesse continuare il blocco totale per altri tre mesi, dire che non moriremo in un reparto di terapia intensiva ma davanti ad un supermercato non rischia di essere una forzatura, ma la foto di una realtà che ha già visto fenomeni di tensione sociale molto forti in diverse zone del Paese. Si potrebbe valutare l’ipotesi di indicare una prima data utile, per avere un orizzonte e per indicare una linea entro cui essere pronti con tutti gli adempimenti ed i passaggi necessari: se dovesse continuare l’attuale andamento di rallentamento di diffusione del virus, a metà maggio si potrebbe ipotizzare la riapertura delle imprese e di molte attività commerciali, a partire da quelle legate alla filiera agroalimentare e da quelle in settori strategici dell’export. E’ necessario non solo per ragioni economiche, ma anche per fare affrontare con forza e lucidità a cittadini ed aziende questo ulteriore periodo di lockdown. Una data per la ripartenza non deve essere una speranza provvidenziale, ma una strategia attenta per una graduale ripresa, da annunciare già adesso ed utile a preparare per tempo cittadini ed amministrazioni.  Ovviamente nessuno pensa di tornare tranquillamente alla vita sociale e lavorativa di gennaio, ma bisogna far ricominciare le attività lavorative ai milioni di cittadini che in questi due mesi si sono ritrovati senza reddito. Programmare il rientro significa che per quella data i lavoratori devono avere le mascherine e strumenti per l’igiene che gli permettano di lavorare in sicurezza, gli ospedali, anche quelli del Sud, devono essere attrezzati per la ripresa di eventuali focolai, la tecnologia (app di localizzazione e software di analisi della diffusione del contagio come in Corea del Sud) deve essere a disposizione di tutti i cittadini che vogliono rientrare al lavoro, i cittadini devono prendere coscienza che il distanziamento sociale sarà una precauzione da adottare almeno fino all’estate del prossimo anno.

In conclusione saremo in grado di superare la fase di emergenza quando ci renderemo conto che la crisi aprirà la strada ad un nuovo modello di relazioni personali, istituzionali ed economiche, dove per migliorare le condizioni di tutti si dovrà stare fisicamente più lontani ma socialmente ed economicamente più vicini. Ci si dovrà muovere di meno tra i luoghi, ma incontrarci di più sui problemi da risolvere. Lo scenario che abbiamo davanti ed al quale dovremo abituarci per qualche anno è quello interazioni sociali ed economia “a bassa mobilità”, dove va ripensato il modo di lavorare e relazionarsi. Probabilmente si tratta del primo passo verso un nuovo modello di produzione delle economie occidentali caratterizzato da alcuni specifici elementi:

  1. maggiore presenza del pubblico in determinati settori (non una presenza generica anche solo vagamente di impostazione statalista, abbandonando anzi con fermezza l’idea pericolosa di nazionalizzazione di imprese in difficoltà per incapacità gestionale o in crisi ben prima dell’emergenza, vedi Alitalia) in particolare in quelli in cui il mercato ha mostrato difficoltà o veri fallimenti, come istruzione, ricerca e salute;
  2.  maggiore attenzione, accanto alla garanzia per le libere mobilità di persone, merci, tecnologie, competenze, agli aspetti che ne assicurino lo svolgimento in piena sicurezza come test sierologici, controlli sanitari, tracciabilità dei percorsi, quarantene automatiche;
  3. elevato utilizzo della tecnologia per migliorare sicurezza e qualità della vita e per aumentare la produttività del lavoro, anche di quello dell’amministrazione pubblica;
  4. modelli di produzione anche più ambientalmente e socialmente sostenibili di quelli a cui ci aveva abituato la globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta;
  5. definizione di standard obbligatori di social distancingcondivisi a livello europeo per uffici pubblici e aziende private;
  6. forti controlli su entrata/uscita delle frontiere europee e obbligo di controlli sanitari in aeroporti, stazioni e snodi di mobilità dentro i confini continentali con una banca dati centralizzata;
  7. prepararsi stabilmente ad eventi come l’attuale pandemia, con strutture sanitarie adeguate in maniera omogenea a livello continentale con ricorso sempre più diffuso alla telemedicina, ed una maggiore digitalizzazione dei processi amministrativi.